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Una giornata al Guitar Show di Padova

Domenica 21 Maggio sono andato al Guitar Show di Padova. Erano moltissimi anni che mancavo ad un evento simile, addirittura dal 2001 quando ancora era in piena forma la Fiera della Musica a Rimini, un momento esaltante per tutti i musicisti ed interi padiglioni pieni di strumenti disponibili per essere provati, accarezzati ed “odorati”. Da quanto ne so, quell’appuntamento non esiste più e da qualche anno la centralità è stata presa da Milano con il suo Guitar Show. Questo di Padova dovrebbe essere la versione nord-est di quanto proposto a Milano, tant’è che è stato concesso il copyright del nome “Guitar Show”. Pur non essendo mai stato alla versione meneghina, l’eco degli articoli e dei racconti mi hanno invogliato a provare questo spin-off veneto, al debutto quest’anno.
La prima perplessità ancora prima della partenza: la manifestazione avrà luogo all’Hotel Sheraton di Padova, non proprio il luogo che ti aspetteresti per un evento dedicato alla sei corde. Mi faccio l’idea che, come …

Addio, figlio prediletto di Seattle

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Alla fine degli idoli della mia gioventù rimarrà solo una Spoon River. Non ero riuscito a comprendere appieno il vuoto che avrebbe lasciato Kurt Cobain perché nonostante la grandezza di quei tre dischi non ero riuscito a farmeli entrare sottopelle (cosa che avverrà cronologicamente più tardi di quel maledetto Aprile). Di Staley invece rimasi veramente colpito. Ci ha lasciati con una fotografia triste, da solo, lontano da tutti. Addirittura il suo corpo ritrovato due settimane dopo la morte nella vasca da bagno, quasi a dire che a nessuno importasse di lui, nessuno lo cercava. Era Layne Staley, qualsiasi canzone degli Alice in Chains o dei Mad Season decidiate di ascoltare, il suo talento si insinuerà nelle orecchie lasciandovi sbalorditi. E tristi.
Quello che mi ha fatto più male è stato Scott. Sapete com’è, ognuno nella vita ha un ideale di voce, di timbro musicale. Lui era il mio ideale, la mia perfezione. Inoltre scriveva testi con un' assonanza musicale perfetta, difficile da…

Sondaggio?

Cari appassionati di rock americano, con la mia band vorremmo aggiungere una canzone in più alla scaletta, magari un qualcosa di più classico. Scremando la lista dei desiderata, la contesa riguarda:

Otis Redding - Sittin' on the dog of the bay
Bruce Springsteen - Because the night
The Eagles - Victim of love
Guns 'n' Roses - Since I don't have you
The Doors - Love me two times
Derek & the Dominos - Layla

Come spettatori, quale di queste sei vi piacerebbe di più ascoltare dal vivo?

Ryan Adams - Prisoner

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Non riesco nemmeno più a contare le recensioni o gli articoli che ho letto in questi anni su Ryan Adams. E tutti, indistintamente, a scrivere che il ragazzo di Jacksonville (North Carolina) è un talento sciupato dall'iperproduzione, da dischi pubblicati uno dopo l'altro con una urgenza ipertrofica, dalla smania di dimostrarsi a volte un rocker, altre un folksinger, altre ancora un countryman senza mai trovare la sua vera strada. Tutto vero? In parte lo posso accettare, la sua discografia dopo gli Whiskeytown (grande band) è imponente e raccoglie dischi bellissimi (Gold e Cold roses per chi scrive sono opere imprenscindibili, soprattutto la seconda) ad opere meno inspirate. Ma non è poi la storia di gran parte musicisti?

A mio avviso invece Adams si è messo più a fuoco quando ha dato alle stampe il precedente disco omonimo (sorvolo sul disco cover di Taylor Swift, 1989). Quell'album aveva dentro di se una scrittura asciutta, suoni decisi ed una direzione precisa: canzoni al…

Tony D'Souza. Il mulo

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Ritmo, ritmo, ritmo. E' questo l'ingrediente indispensabile per ogni film d'azione che si rispetti, considerato il palese obiettivo che si prefigge, cioè tenere incollato al video lo spettatore senza dargli respiro. Con le stesse intenzioni, Tony D'Souza, che ammetto mi era sconosciuto prima dell'acquisto de Il mulo, propone al lettore il suo romanzo.

I romanzi basati sul ritmo hanno da sempre una fetta di pubblico affezionata, molto vicina a quelli dei gialli e dei noir. La scrittura, apparentemente, sembra contare poco, lasciando invece il posto agli avvenimenti che si succedono rapidamente, facendo si che ogni pagina sia vissuta in trepidante attesa che accada qualcosa. Il mulo con molta probabilità è nato con questa intenzione, considerato che l'argomento alla base del racconto è quantomai in linea con il genere: la storia di James Lasseter, ragazzo di buona famiglia ed aspirante giornalista che, dopo aver accarezzato il successo in concomitanza del matrim…

Blitzen Trapper - All across this land

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Smetterà mai di stupirci l'America? Con molte probabilità, musicalmente no. Più si scende nel profondo del rock americano e si cercano band ed autori semisconosciuti, più ci si imbatte in lavori convincenti. E' il caso dei Blitzen Trapper. Chi? Esatto, reazione più che comprensibile.

Lungi dall'essere gli ultimi arrivati, i Blitzen Trapper da Portland (Oregon) portano in giro per gli Stati Uniti il loro sound sin dal 2003, anno di debutto con il disco omonimo. La prima parte della carriera si caratterizza per una forte attitudine new-folk senza mai scivolare nell'alt country. Nel 2008 vengono anche bagnati dal successo (di nicchia, ovviamente) grazie a "Furr", una canzone (che da il titolo anche ad un album) vivace ed acustica, con bellissimi cori ed un airplay radiofonico interessante. Nonostante una carriera in fase di decollo però, il quintetto/sestetto (dipende dai dischi) guidato dalla bella voce di Eric Earley decide di fare un passo azzardato, ma proba…

Will Hoge - The man who killed love

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A me Will Hoge piace. Sarà quella voce sempre perfetta ma mai monotona, da talento che ancora si lascia trasportare dalla passione e qualche volta dimentica le buone maniere. Sarà che i suoi primi dischi erano esempi di rock americano genuino ed a tratti anche muscoloso e poi si è lasciato ammorbidire dal tempo che passa, abbracciando sonorità più calde e sinuose, vagando tra un country moderno e radiofonico ed un soul introspettivo, senza comunque mai dare l'idea di vendersi spudoratamente alle radio.

Insomma, Will Hoge mi piace. Alcuni in questi anni lo hanno criticato proprio per i punti di forza che sopra ho descritto, il non aver mai preso una direzione precisa su tutti. Sei new country? Fai il new country! Sei soul? Ed allora dacci un disco interamente bagnato da fiati e coriste avvenenti! Funziona così nel mondo discografico odierno.

Invece Will Hoge mi piace. Mi piace perchè attinge a piene mani da una tradizione, quella della musica americana, che ha fatto della commistio…