Nel fare la seconda riflessione mi sono soffermato sull'intuizione che i The Strokes siano un gruppo epocale, laddove questo aggettivo, vocabolario alla mano, indica che "un evento, una svolta o un cambiamento è così grande e importante da segnare l'inizio o la fine di un'era". Provo a motivare.
Il debutto dei ragazzi di New York, col fortunato Is this it, è datato 30 Luglio 2001. 42 giorni dopo il mondo cambierà per sempre a seguito dell'attentato alle Torri Gemelle. Il mondo musicale invece cambierà proprio grazie a quel disco, aprendo la strada ad una nuova forma di rock.
Nel 2020 gli Strokes pubblicano The New Abnormal. Il disco esce in piena ondata covid il 10 Aprile e la band decide di non procrastinare l'uscita. Questo disco, per molti, diventerà la colonna sonora di quel drammatico momento per l'umanità, che tra l'altro coincide con un album suonato, pensato e registrato in stato di grazia da una band che sembrava aver perso la strada. Con Reality Awaits gli Strokes tornano dopo sei anni di silenzio discografico: ironicamente, c'è da aver paura? Beh, guardiamo in che modo è messo il mondo...
E musicalmente? Dimenticatevi The new abnormal, un album in stato di grazia totale. Questo Reality Awaits è il risultato di una band che sta passando una crisi di mezza età. Nel momento in cui scrivo, Casablancas e soci sono in tour senza Nick Valensi, e non è dato sapere la motivazione di questa importante assenza. Resta poi l'impressione che gli Strokes siano una band che vive tra le pieghe delle altre avventure musicali dei propri componenti. Sappiamo bene quante energie Julian abbia profuso nei The Voidz, ma deve essere ricordata anche la carriera solista di Albert Hammond Jr, i vari progetti in cui si sono imbarcati il bassista Nicolai Fraiture ed il batterista Fabrizio Moretti.
I The Strokes dunque come macchina da soldi per finanziare i propri progetti? Potrebbe anche essere una chiave di lettura, ma non credo sia quella giusta, perchè questo disco ci propone una band che esce dai binari conosciuti per percorrere strade diverse, anche impervie.
L'ingresso in Reality Awaits è angusto e poco accogliente. "Psycho Shit" si apre con un arpeggio ansiogeno anche nella freddezza del suono, con Julian che entra e subito la prima sorpresa: l'autotune, che viene utilizzato in maniera massiccia in tutto il disco. La sua voce è straniante, angosciosa e l'artifizio dell'autotune la rende ancora più aliena mentre canta "Come un uccello da preda che ti piace sono a distanza di sicurezza, i miei artigli brillano al sole come vino avvelenato, i tuoi occhi sono i miei. Oltre la sala del giudizio dei morti, verso il letto dell'angoscia notturna, abbiamo imparato a ricavare bombe dal piombo, impariamo a morire per imparare a vivere". Una canzone sul mondo attuale, l'angoscia collettiva, l'alienazione e va detto che il gruppo lo sostiene con un brano che trasuda tensione da ogni poro: l'apocalisse. Non un inizio facile, ma ascolto dopo ascolto il brano diventa meno oscuro.
"Dine N'Dash" ritorna ad un suono più classico per la band, anche se l'uso massiccio delle tastiere mi fa pensare a certe cose dei The Cure. Julian protagonista assoluto, tra parlato e seconde voci, insieme a Moretti il cui incedere marziale crea a sua volta una certa tensione. Però il brano non decolla.
La strada di casa sembra arrivare con "Lonely in the future", tipicamente Strokes per suoni e per apertura melodica, nonchè per durata, appena 3:20 minuti. Però non è tra le cose migliori del gruppo.
"Falling out of love" è la chiave di volta del disco. Uscita come secondo singolo, al primo ascolto mi ha spiazzato ed addirittura ho avuto un rigetto. Una ballad semplice composta dai soliti quattro accordi sui quali si staglia la voce di Julian con un massiccio uso di autotune. Tra l'altro, un brano che supera i sei minuti, sembra una sfida all'ascoltatore. Poi al secondo ascolto, nonostante qualche dubbio, la canzone è cresciuta. Adesso posso tranquillamente dire che è una delle cose migliori che ho ascoltato da parte dei ragazzi di New York per intensità e per focus. E' tutto dannatamente perfetto, tutto disperatamente bello, un amore disilluso, un grido disperato eppure quasi sussurrato. E, attenzione, ecco svelato il senso dell'autotune: Julian lo utilizza come i chitarristi utilizzano il wah o la distorsione, è un effetto che serve ad amplificare, è un modo per aiutarlo ad esprimere la voce. Geniale e, forse, farà scuola, perchè apre ad un utilizzo anche nella musica rock. Sei minuti che dimostrano la grandezza di questa band.
Rick Rubin, vecchia volpe del rock, sa bene che il disco sembra aver preso il volo, ed ecco arrivare il brano più catchy del lotto, "Going to babble on", semplice e terribilmente a presa diretta. Bellissimo l'arpeggio tremolante di Valensi. Una canzone quasi solare, in cui il respiro torna normale dopo quattro canzoni che chiedono tempo per essere digerite e comprese.
"Going Shopping" è stato il primo singolo, anch'esso a presa diretta e, sinceramente, abbastanza inutile. Finito il momento più leggero, il finale riserva ancora qualche sorpresa. "Liar's Remorse" torna in un mood introspettivo in cui Julian continua a farla da padrone, addirittura in un passaggio in cui è da solo senza alcuno strumento a supportarlo. Va detto che il testo è disarmante nella sua amara sincerità: "Conto le mie fortune, so che nessuno capisce che spreco le mie giornate. Non hai amore perchè non vuoi dolore. Non vuoi il dolore perchè non ti fidi. Non hai amore perchè semplicemente non riesci a sopportare il dolore".
La passione per gli anni Ottanta fa capolino in "The fruits of the conquest", ritmi compassati e la band che viaggia al minimo: si può dare di più, soprattutto se il talento è quello che conosciamo". Si chiude con "Tyrants of the Mellow Moon", che a me ha ricordato molto "Paranoid Android" dei Radiohead, se non altro per un riff molto simile di chitarra. E' un po' una cantilena leggera che poi si incupisce con un altro finale in cui Julian è protagonista assoluto.
Conclusioni Reality Awaits è un disco complesso, difficile e non perfettamente a fuoco. Sicuramente ha bisogno di più ascolti per essere compreso, fermo restando che - a mio avviso - contiene un numero di gran talento, la già citata "Falling out of love". Casablancas mette a frutto il lavoro con i The Voidz e introduce elementi interessanti, che però lasciano la band troppo sullo sfondo. Ma è, comunque, un disco pienamente dentro il suo tempo, un tempo cupo, teso e drammatico.

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