Recensione: The Black Crowes, A Pound of Feathers. I Black Crowes muscolosi e sbrigativi, ma ben a fuoco.

Viviamo, musicalmente parlando, in periodi in cui le fratellanze sono tornate alle ribalta. L'impressione, tuttavia, è che quella tra i fratelli Robinson sia una reunion ben più solida dei fratelli Gallagher, probabilmente attratti solamente dal flusso di cassa dei concerti. Prova ne è che nel breve volgere di due giri intorno al sole siamo qui a recensire A Pound of Feathers, il nuovo album dei The Black Crowes, oppure, più giusto da dire, il nuovo lavoro dei fratelli Robinson. 

Rich e Chris infatti hanno lasciato nel cassetto la modestia e, già con la foto di copertina che li ritrae quasi in penombra e mezzi fuggitivi in una strada notturna, ci dicono che ormai i corvacci neri sono solo loro due. Per carità, non che questo non sia mai stato chiaro dal primissimo disco, ma se è vero che dalla prima canzone del loro fortunato debutto (Shake your money maker) il songwriting era  già esclusiva della ditta familiare, gli altri Crowes negli anni hanno rappresentato un punto di forza ineludibile nel caratterizzare il meraviglioso suono della band. 

Con il ritorno del 2024, quel Happiness Bastards che a distanza di due anni è cresciuto tantissimo, questo A Pound of Feathers riparte da dove li avevamo lasciati: diretti, rumorosi e convincenti. Il disco esce dalle casse con una forza irriverente e ci viene subito da lodare il produttore Jay Joyce, anche lui confermato, che non fa prigionieri e ci fa sentire come dovrebbe suonare una rock'nroll band. Il songwriting e l'ossatura delle canzoni è tutto nella chitarra di Rich, riff maker e padrone assoluto del disco. Sulla bontà di riff ed accompagnamenti niente da dire: A Pound of Feathers è una masterclass di rock'n'roll delle sei corde, un Keith Richard infuocato che si mescola con il Jimmy Page di Physical Graffiti, prova ne sono l'oscura "Doomsday Doggerel" e "Blood Red Regrets". 

Come al solito, i fratelli Robinson propongono in avvio un instant classic, quella "Profane Prophecy" che non stonerebbe accanto ad una "Sting Me" e che, alla fine dei conti, si rivela comunque la migliore canzone del lotto. A proposito, cosa dire di queste 11 tracce? Il filo conduttore che lega tutto è l'immediatezza, elemento anche confermato nelle interviste di lancio del disco. A Joyce è stato chiesto di riprendere canzoni grezze, con suoni live e strutture da "buona la prima" e l'obiettivo è stato perfettamente raggiunto. Difficile quindi ascoltare canzoni più dirette di "It's like that", chitarra fuzzosa anni '60 quasi dalle parti dei The Who, cassa in quattro e Chris con la sua ugola alla Rod Steward: è rock'n'roll puro, se non vi piace non verrete salvati con altro. Basti pensare al riff alla AC/DC che irrompe in "You call this a good time?", anche un po' scontata. 

Ci sono dei difetti? Il tutto suona sicuramente sincero, ma a tratti anche sbrigativo: un brano come "Cruel Steak", con un riff così bello, alla fine si perde nella mediocrità. Altro lato negativo è quello di aver limitato songwriting e performance in pratica solo alla fratellanza Rich&Chris. Dunque, niente più pianoforti che dettano il tempo e, soprattutto, gli assoli sono mediocri: la mano di Rich, sublime nella ritmica, non è quella del grande Marc Ford ed alla fine la lead guitar è abbastanza inutile. Peccato. 

A dimostrazione che un po' di pazienza in più non avrebbe guastato sono gli episodi più lenti, che invece sono bellissimi. "Pharmacy Chronicles" è una delle più convincenti canzoni dell'intera discografica dei Crowes, riportando alla mente quel gioiello di "Girl from a Pawnshop", dimenticata canzone di un album ingiustamente dimenticato (Three snakes and one charm). Ma anche "High and lonesome", con un violino evocativo, porta con se un'emotività notevole. 

Insomma, un po' più di attenzione ai particolari non avrebbe guastato. Resta che la ditta Robinson suona rock'n'roll come nessun altro e resta un disco alla vecchia maniera che probabilmente dal vivo, sotto le mani della band vista a Milano 2 anni fa, migliorerà ancora un pò. 

Buono. A tratti godurioso.  

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