“I
Rolling Stones non fanno più un disco decente da Exile on Main
Street”. “A Bigger Bang è imbarazzante nel provare a ripescare
una formula che ormai è andata”. “Mick Jagger da almeno 20 anni
percepisce i Rolling Stones come un divertissement”. Queste tre
frasi sono prese direttamente da alcuni delle recensioni che si sono
susseguite in questi ultimi 30 anni sulle nuove uscite discografiche
degli Stones e rendono l’idea di quale sia il leit motiv della
stampa sulla band di Jagger e Richards.
Ora,
che da Exile
on Main Street ad
oggi qualcosa sia cambiato è evidente e comprensibile. Quante sono
le band che possono fregiarsi di una serie di dischi (in pochissimi
anni) quali Let
it bleed, Sticky Fingers ed
appunto Exile….?
Poche,
pochissime, quasi nessuna. E’ ovvio che dal 1972 in poi la storia
degli Stones ha preso un’altra piega: tour infiniti, litigate
continue che hanno portato ad un periodo di sosta forzata (a metà
degli anni ottanta), il ritorno degli anni novanta con qualche bel
ruggito ma anche con una certa stanchezza compositiva e poi una marea
di live e raccolte che sono servite solo da pretesto per tornare in
giro per gli stadi di tutto il mondo a suonare le grandi hit
storiche. Ricordo, su tutte, tre recenti esibizioni che hanno tolto
il fiato per il colpo d’occhio e per l’importanza
storico-politica: sulla spiaggia di Coba Cabana a Rio de Janeiro, il
ritorno ad Hide Park a Londra ed ovviamente il mitico concerto a
Cuba. Molto più che una band dunque, un simbolo.

In
questi quaranta e più anni di distanza dal periodo d’oro dei RS
abbiamo convissuto con nuove certezze. L’ingresso di Ron Wood ha
consentito a Keith Richards di raggiungere il suo obiettivo delle
“due chitarre all’unisono”, in cui non esiste una ritmica ed
una solista ma tutto è lasciato all’intreccio, anche se è rimasta
una seccante preminenza nel volume del mixaggio a favore di Keith (ma
si sa chi è il boss del quartiere). L’uscita dal gruppo a metà
degli anni ottanta di Bill Wyman ed il successivo ingresso il pianta
stabile di Darryl Jones è stato un indubbio potenziamento del groove
ed ha dato alla vecchia/nuova sessione ritmica Watts/Jones un tiro
particolare, molto jazz/blues. Mick Jagger, disco dopo disco, si è
dimostrato il vero talento del gruppo, un cantante istrionico,
beffardo, malizioso e romantico, pop e rock allo stesso istante.
Con
queste nuove certezze, è stato dato alla luce ciò che non ti
aspetti: Blue
& Lonesome, l’unico
disco di vero blues in più di 50 anni di onorata carriera. Che il
blues sia stato da sempre nel DNA della band non credo possa essere
messo in dubbio da alcuno. Gli Stones devono il loro nome a una
canzone di Muddy Waters, hanno iniziato insieme suonando cover di
tutto quel blues di Chicago che usciva dalle casse delle radio più
illuminate di Londra ed inoltre hanno registrato il loro disco più
riuscito (Sticky
Fingers, ci
sono dubbi al proposito?) ai Muscle Shoals Studio in Alabama. Dunque
il blues non è stata una influenza della band, bensì “la”
influenza principale. Che avessero fatto uscire un disco di solo
blues invece non era così scontato, anzi: è stata una sorpresa.
Si
perché Jagger & C. nel dicembre del 2015 sono entrati negli
studios di proprietà di Marc Knofler per registrare un disco di
inediti. Come sempre, per ritrovare l’amalgama e scaldarsi un po’
hanno suonato qualche vecchio standard blues. Cosa sia successo in
quell’istante l’ha spiegato senza troppi giri di parole Charlie
Watts, che con onestà ha dichiarato: “Ci siamo accorti che
scrivere pezzi nuovi ad una età così avanzata era troppo
complicato. Contemporaneamente, abbiamo riflettuto sul fatto che non
avevamo mai registrato un disco di vero blues”. Sarà andata
realmente così, oppure già dall’inizio le vecchie volpi inglesi
avevano pensato di onorare le 12 battute?
In
molti in questi giorni che seguono l’uscita di Blue
& Lonesome si
sono chiesti dove finisca la verità ed inizi il marketing.
Sinceramente, non mi sembra invece di alcun interesse. Molto più
interessante infatti è scoprire che i 12 brani inseriti in scaletta
sono stati registrati in 3 giorni ed in presa diretta. Già, tutti in
una stanza, senza alcun overdub o altro artifizio. E, per dirla
proprio tutta, si sente eccome, ma è il vero punto di forza del
disco e la sua cartina tornasole.
Ciò
che lascia sbalorditi infatti è la grande maestria (superati i
settanta anni non è poi così scontato) che caratterizza queste
registrazioni. Suonare insieme senza sovrapporsi, utilizzare suoni semi-puliti che non precludono la registrazione e contemporaneamente
garantire questo feeling è roba che in pochi nel rock possono
realizzare. Basterebbe questo per correre nei negozi di dischi ed
acquistare questo lavoro.
Però
c’è di più, ed ovviamente questo di più è costituito dalle
canzoni, dodici standard blues di non chiara fama, se si esclude “I
can’t quit you baby”. Gli autori dei brani infatti sono stati
coperti dall’oblio degli anni: Eddie Taylor, Miles Grayson ed Otis
Hicks ad esempio sono sconosciuti, nonostante gli estimatori del
vecchio e vecchissimo blues non siano poi così pochi (incluso il
sottoscritto). Accanto a loro nomi più conosciuti, ma solo ai veri
appassionati: Willie Dixon, Magic Sam, Memphis Slim, Howlin’ Wolf e
Little Walker.
L’apertura
è potente: “Just your fool” è forse il pezzo che risulta più
standard nell’arrangiamento proposto, con un giro di chitarra
rozzo, essenziale e bello potente di Keith e Ron Wood ad andare di
pennello (sarà la costante del disco). Batteria e basso sul pezzo,
si inizia subito in un clima torrido, che dura poco più di due
minuti. A seguire forse il brano più convincente dell’album, una
“Commit a crime” che Jagger canta in maniera divina, mentre la
band ha dei suoni stupendi e sembra di essere in un night club di
Chicago. Colpisce la coesione, il blocco unico che esce dalle casse,
quel senso di vuoto e pieno del blues che porta all’estasi. La
title track è invece sofferta, piangente, cruda e disperata ("blue
and lonesome" nel vero senso della parola). Sarebbe già un inizio da
urlo, ma dopo due buone anche se un po’ troppo ripetitive “All of
your love” e “I gotta go” inizia il puro divertimento. In
“Everybody knows my good thing”, sin dalle prime note, sembra che
la festa sia al suo apice; così è infatti, perché ad introdurre i
giochi c’è la magnifica chitarra di tal Eric Clapton, assoldato
perché nello studio di registrazione accanto stava dando alla luce
il suo nuovo album…che fai, non vai a registrare un paio di brani
con i Rolling Stones? Siccome quel mondo dunque viaggia su questi
canoni (beati loro…) il gigante della chitarra Eric Clapton è
struggente nel suo blues accorato con slide alla mano e, duole un po’
affermarlo, cancella in maniera abbastanza evidente Keith Richards,
che in questa canzone infatti decide quasi di disertare, mentre Ron
Wood si veste di ritmica e ne tira fuori un tappeto molto elegante,
contrappunto perfetto alla Stratocaster di Clapton. Se volete un
riferimento, il clima è quello del famoso disco “From the cradle”
del grande chitarrista londinese, in cui il buon Eric ritorna alle
origini del blues (che in realtà sono le stesse di questo disco
degli Stones).
Ripresi
dalla sbornia di oltre 4 minuti, pur con l’abbandono di Clapton i
giri restano altissimi perché “Ride’em on down” ha un tiro
convincente, si sviluppa come da tradizione ma ha il marchio Stones
nel cuore e soprattutto ha un Richards in forma smagliante, con un
bell’assolo a metà canzone e tanti inserti da chi il blues lo
mastica da 60 anni…..
In
generale il livello è altissimo, e farei un torto ad una od
all’altra canzone citando i brani restanti. Certo è che il finale
è quantomai inatteso. Per la track 12 infatti torna Eric Clapton (questo solo basterebbe...) ed il pezzo riproposto è nientepopòdimenoche “I
can’t quit you baby”…Avete letto bene, lo standard blues
riproposto più volte in questi 50 anni ma arrivato alla leggenda per
l’interpretazione dei Led Zeppelin. Qui la proposta ovviamente è
molto meno muscolosa, più Yardbirds se mi permettete un
accostamento, ma il risultato è altrettanto grandioso perché molto
coeso. E Clapton di nuovo si dimostra stellare.
In
conclusione c’è da sperare che questo sia il testamento in vita
dei Rolling Stones. L’operazione, per vera o finta che sia, ha una
genialità da premiare perché chiude un cerchio e dimostra che il
rock (o rock’n’roll, fate voi) nasce dal blues e lì ritorna.
Questi ultra-settantenni poi ci assestano un pugno nello stomaco, non
registrando solo un disco convincente, bello, vibrante e sincero, ma
soprattutto lo fanno dal vivo in studio, in presa diretta. L’orecchio
attento percepisce qualche errore (Keith sta perdendo un po’ i
pezzi…) ma è un punto di forza che sublima il lavoro. In fin dei
conti, quante delle band attuali potrebbero registrare un disco dal
vivo e buona la prima? Non ci resta che ascoltare questi pezzi di
storia dal vivo, confidando nell’enorme regalo di vedere sul palco
anche Clapton…ma non stiamo forse chiedendo troppo?
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