Per molti Getting Killed è stato il disco del 2025, inserito quasi sempre nel podio delle migliori uscite discografiche dell'anno scorso. Pur non frequentando molto i lidi dell'indie, mi sono messo all'ascolto senza pregiudizi.
Iniziamo dal principio. I Geese sono quattro ragazzi provenienti da Brooklyn, New York City. Conosciutisi negli anni del liceo, hanno dato vita nel 2016 ai Geese, pubblicando sinora tre album, compreso il qui attenzionato Getting Killed. La line up è semplice: Cameron Winter si occupa di voce e tastiere, alla chitarra c'è Emily Greene, Dominic DiGesu è al basso, mentre dietro le pelli della batteria siede Max Bassin. Sin qui tutto nella norma, anche troppo.
Che genere fanno i Geese? Oh beh, qui si potrebbe discutere per ore. Di certo, provenire da New York ha un ruolo fondamentale nella struttura canzone - e sonora - del gruppo. I Geese sono una specie di frullatore di tutto ciò che la Grande Mela ha proposto negli ultimi 50 anni di musica: ci sono i Television, ci sono i Sonic Youth, ci sono i The Strokes, soprattutto nella voce "svogliata" di Cameron Winter. Perchè no, ci sarebbero anche i Talking Heads e, da turista che a New York c'è andato diverse volte, non posso fare a meno di ascoltare echi addirittura del gospel che vive nelle chiese di Harlem. In questo, i cori appassionati che concludono "Cobra" sono un esempio lampante.
Dunque, i Geese sono tutto e niente. L'intro percussiva di "Husbands" ricorda dannatamente il Tom Waits di Rain Dogs, salvo poi mutare (anche qui) in un chorus collettivo, puntellato da una chitarrina al limite dell'accordatura. La festa della title track, anch'essa molto percussiva e tribale, ritorna al tema della perdita dell'amore, vista dagli occhi di un newyorkese che sa sì soffrire, ma con stile. Insomma, depresso ma non troppo e con trovate liriche non banali: "Mi sto facendo uccidere dalla bella vita" descrive New York meglio di qualsiasi altro pensatore.
Bella la chitarra che puntella l'inizio di "Islands of men", andando dietro uno degli insegnamenti principali del rock'n'roll e cioè che una chitarra, un basso ed una batteria, quando vanno in crescendo, possono fare miracoli. Ed è difficile non pensare ai Pavement che incontrano il blues. Bello.
Ancora percussioni in "Taxes", tra l'altro scelta come singolo, che però poi si aggancia ad una chitarrina acustica incolpevole e maligna. Non so perchè, ma mi ricordano dannatamente gli U2 che incontrano l'America in Rattle and hum, ma è un mio problema e me ne farò una ragione...anche se il chorus con la chitarra che arpeggia quelle note a tempo puzza troppo di The Edge.
Poi ci sono le lullaby, come l'iniziale "Trinidad" oppure la fortunata "Au pain du cocaine", ancora sul tema dell'uomo solo e sofferente per amore. Difficile qui non trovare Julian Casablancas degli Strokes, sotto effetto di anfetamine.
Dunque? Niente è più segno dei tempi (americani, ovviamente) di questo Getting Killed, tanto da risultare un prodotto quasi migliore come ricerca sociologica piuttosto che come musica. Sinceramente, dopo le prime tre tracce volevo mollare, ma poi qualcosa è iniziato a crescere. Le melodie strambe e le chitarre elementari fanno il proprio dovere per rendere interessante il tutto. Oh, sia chiaro, per me non è il disco del 2025, non ci va neanche vicino, ma questo pasticcio costruito ad arte (perchè questo è) va ascoltato almeno una volta. Potrebbe pure piacermi. Forse. O forse no.

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