Una copertina interamente bianca ed il titolo omonimo. Gli Whiskey Myers del 2019 sono una band che scommette su sé stessa, consci di una storia iniziata otto fa e che, sino ad oggi, aveva licenziato tre album convincenti ma sempre in debito di quella continuità nella scrittura che serve per il salto di qualità.

I riferimenti dei Whiskey Myers non sono più solamente Lynyrd Skynyrd o i contemporanei Blackberry Smoke. In "Rolling Stone" titolo, armonica e ritmi citano volutamente Dylan (sarà mai un problema?), mentre le atmosfere di "Houston County Sky" non sono così lontane da certe visioni bucoliche di Mellencamp, con qualche lap steel in più e qualche volontà letteraria in meno. In ogni caso, il pezzo gira che è una meraviglia, aiutato da un arrangiamento da band di lungo corso.
Il mandolino che introduce "Bury my bones" ci porta all'interno di una ballata dannatamente southern, con Cannon a guidare le danze ed il violino a fare da contraltare. Tutt'altra storia per l'arrabbiata "Bitch", cantata con un impeto punk inatteso che a tratti - incredibile - per il lavoro delle chitarre rimanda a certi episodi dei Pearl Jam del periodo Avocado album.
In Whiskey Myers c'è tanta carne al fuoco. L'intro di "California to Caroline" rischia il plagio di "Mama Said" dei Metallica, poi ovviamente vira su strade già conosciute (bellissimo l'organo in sottofondo per tutto il brano). Sonorità alla Ryan Adams per "Little More Money", chitarre pulite ed ritornello contagioso, mentre con "Hammer" si torna nel fango del Mississippi, un doveroso richiamo alla storia dei WM.
I sei ragazzoni di Elkhart rischiavano di essere un'eterna promessa. Questo lavoro invece avrete difficoltà a toglierlo dal lettore o - ancora meglio - dal piatto del vinile.
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