
Se Blackbird on a
lonely wire è stato dunque il disco rock, il successivo Man who killed love era un chiaro
omaggio al southern rock (echi di Black Crowes e Lynyrd Skynyrd escono ancora
dalla casse che è un piacere). Se Draw
the curtains era venato di una forte introspezione soul, il penultimo Small town dreams doveva molto al
country/rock, con una produzione cristallina e le chitarre a farla da padrone
(ma con poche distorsioni).
Un mese fa ho assistito al suo concerto a Massa Lombarda,
performance nella quale ha ampiamente attinto dal nuovo lavoro, quindi prima
dell’ascolto di Anchors sapevo già
cosa aspettarmi. Va detto che per la prima volta nella sua discografia Will
Hoge non vuole esplorare o approfondire qualcosa di nuovo e quindi si concentra
sul proporre quella che sembra essere la musica a lui più congeniale, una
miscela di country rock e ballad dal retrogusto soul intramezzate da qualche
sprazzo di convinto rock (and roll) di chiara derivazione Springstiana.
La
differenza stavolta la fanno i musicisti con i quali Hoge ha registrato il
disco ed il passaggio a dei turnisti, il che ha comportato la rinuncia alla sua
backing band. Dopo Small Town Dreams infatti
il songwriter di Franklin ha intrapreso un tour in solitaria, chitarra acustica
e voce in giro per gli States. Al termine di questo viaggio nel taccuino aveva
le canzoni di Anchors ma anche la
convinzione che qualcosa dal punto di vista del suono andava cambiato. Ed in
effetti il nuovo disco registra un cambiamento importante nel suono, più curato
e profondo, con un respiro maggiore degli arrangiamenti ed anche un livello
musicale più alto. Una grande impronta la dona il neo arrivato Thom Donovan
alla chitarra, già apprezzato a Massa Lombarda per la particolarità degli
interventi, molto poco legati al mainstream, quasi derivativi di certa musica
alternative figlia dei Sonic Youth. L’incontro però funziona e gli
arrangiamenti ne giovano.
Le canzoni, dunque. Il disco si apre con una ballad sofferta,
come Hoge ci ha abituato negli anni, come The
reckoning seguito da una altrettanto introversa This Grand Charade. Subito dopo l’impronta che dovrebbe far fare ad
Hoge il salto in radio, la bella (ma non scontata) Little bit of rust che ospita anche la bella voce di Sheryl Crow. Da
questo momento l’album decolla, con la strappalacrime Cold night in Santa Fe perfetta nel suo mood crepuscolare e poi la
Tom Pettyana (anche nel titolo) Baby’s
Eyes. Non mancano le zampate elettriche che mi avevano entusiasmato nel
live, come la ruffiana Young as we will
ever be dedicata ai figli e la convincente (This ain’t) an original sin. Questo è l’Hoge di sempre, che ama
alzare l’adrenalina pur se con un livello di scrittura mai sopra le righe.
Anchors convince
per la maturità raggiunta, per un dosaggio perfetto nella scaletta e per una
scrittura che finalmente sa passare con invidiabile nonchalance tra i diversi
genere che Hoge sa cavalcare con la maestria di un songwriter consumato. Il disco
che aspettavamo da tempo.
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