In tempi di caccia ai migranti, la lettura di un romanzo
complesso e difficile quale è Suttree andrebbe consigliata solo a chi non si
ferma all’apparenza delle cose, perché sono gli unici a poter comprendere che,
dietro questa storia di emarginazione, bassifondi ed espedienti c’è la volontà
di Cormac McCarthy di farci amare colui che, volutamente, vive ai margini della
società. Il reietto per libera scelta, il barbone che rifugge qualsiasi cambio
di status sociale, il detenuto che torna a delinquere sono da sempre disegnati
come i mali da estirpare nella nostra società. Il senzatetto che ha perso in un
giorno tutti i suoi averi per mano esterna è da compatire, ma colui che ha
scelto di vivere ai margini? In questa domanda risiede l’essenza del romanzo di
McCarthy, che per una volta si allontana dal filone a lui caro (e che tanta
fortuna gli ha portato) del western pulp per indossare i panni dello scrittore
di prosa inglese Ottocentesca e raccontarci una storia controversa, a tratti
nebulosa e nauseante.

La scrittura, dicevamo. Una scrittura intrisa di una
terminologia classica, spezzettata e volutamente piena di ostacoli, quasi a
voler far recedere il lettore dalla volontà di proseguire nella lettura del
romanzo, una prova di forza di McCarthy che spiazza, laddove lo conoscevamo con
una prosa scorrevole ed attraente (che in Non
è un paese per vecchi ha raggiunto
lo zenit). Da pagina duecento McCarthy lascia entrare il lettore, svolge
finalmente il ruolo di narratore, approfondendo tra l’altro la figura di Gene
Harrogate, ragazzo con un probabile ritardo psichiatrico che diventerà nel
corso del romanzo una figura non solo di contorno ma necessaria al racconto;
fossimo alla notte degli Oscar, al tragicomico Harrogate spetterebbe di diritto
la statuetta per il ruolo del miglior attore non protagonista.
La figura del protagonista invece si delinea lentamente,
attraversi capitoli che in realtà sono racconti, episodi di vita cronologicamente
slegati, flashback che richiedono al lettore l’impegno di essere ricondotti in
un filo logico. Eppure c’è un filo invisibile che lega chi legge a queste
pagine, una specie di perseverante desiderio di non mollare e saperne ancora di
più, una strana folle immedesimazione in un personaggio perdente per volontà ma
anche per destino, due cose che quando combaciano rendono la vita dolcemente
bella o tristemente drammatica. Il tutto a Knoxville, Tennesse nel 1952.
Suttree allora
diventa un altro dei grandi romanzi americani, paragonabile al Teatro di Sabbath di Philip Roth, un
altro romanzo in cui un perdente sfida il lettore a comprendere le sue incomprensibili
verità, letture complesse che ci chiedono di metterci in gioco, letteratura per
palati forti. Il McCarthy che non avreste mai pensato di leggere.
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