Scelto il nome, avremmo dovuto anche indirizzarci verso
un genere musicale. Avremmo, appunto, perché essendo alle prime (anzi,
primissime) armi, dovevamo imparare a suonare insieme ed alcuni di noi dovevano
proprio imparare a suonare il loro strumento. Insomma, la chitarra elettrica
non è la chitarra acustica, così come c’è differenza tra tenere il tempo con la
batteria sopra un disco e dare il tempo ad una band, senza alcun aiuto. Quel
settembre passò dunque con tanti problemi da risolvere e la scelta del
repertorio sembrava essere l’ultimo in ordine di importanza. In un pomeriggio
rubato allo studio (ce ne sarebbero stati mille altri…) decidemmo di riempire
le bottiglie di miscela, portare su gli strumenti ed iniziare. Era Ottobre,
eppure faceva già un gran freddo. Ognuno arrivò alla “Casetta” (d’ora in poi,
questo sarà il nome ufficiale) con i propri mezzi. E quindi: 3 motorini, 2 a
piedi ed….1 passaggio da un genitore (poco rock, poco poco rock…). Riempimmo il
gruppo elettrogeno di miscela, lo portammo in mezzo al campo e lo accendemmo. Constatando,
con grande frustrazione, che non funzionava niente. O meglio, qualcosa si
accendeva, gracchiava e faceva un rumore di fondo strano.
Avevamo evidentemente
collegato gli amplificatori in maniera troppo avventurosa: c’era il bisogno di
procurarsi nuove prese e tante prolunghe. Dulcis in fundo, iniziò a piovere.
Messo al riparo il gruppo elettrogeno (impossibile da far funzionare sotto la
pioggia), chiudemmo la Casetta e tornammo in città. Precisamente nella mia
camera. Stipati la dentro in sei, con 2 chitarre acustiche ed una tastiera
(amplificata dai suoi altoparlanti) provammo a tirarci giù ad orecchio un
grande classico: “Wish you were here” dei Pink Floyd. Qualcosa, magicamente,
funzionò. Eravamo in tre e gli altri ci guardavano, ma la soddisfazione sul
volto di tutti era evidente.

Dovevamo dunque investire nel migliorare la dotazione minima di
quella sala prove.
(continua…)
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