Ci sono distinte modalità per
visitare un luogo. Volendo semplificare queste tipologie, direi che
si possono guardare le cose di pancia o di cervello. Quelle che sto
per raccontare sono impressioni e ricordi di pancia, vissuti con
quell'istinto di chi per la prima volta vede un luogo, una città o
un paesaggio e pensa “questa potrebbe essere la mia casa”, senza
averci mai abitato prima.
Andiamo per ordine. Omaha è la città
più grande e popolosa del Nebraska, pur non essendone la capitale,
che invece è Lincoln, secondo un sistema molto particolare ma tanto
caro per gli americani per il quale, nella maggior parte degli stati,
la capitale non è la città più rappresentativa, bensì un centro
molto minore magari posto in una posizione maggiormente centrale
nella geografia dello stato. Insomma, con i suoi 400000 abitanti
Omaha è la capitale economica e morale del Nebraska.
Di più al turista non è dato sapere,
perchè sul suo conto le informazioni della nostra guida sono
inspiegabilmente scarne e perchè, parliamoci chiaramente, di turisti
in questo sperduto lembo di terra nel continente americano se ne
vedono decisamente pochi.
Abitanti del promontorio (Dwellers
on the bluff) questo è il
significato della parola Omaha per i nativi indiani Pawnee, Otoe,
Missouri e Ioway che nel 17esimo secolo abitavano questa terra, e già
per assonanza prima del nostro arrivo intuiamo che è tutta un'altra
america quella nella quale i nomi dei luoghi hanno mantenuto l'idioma
indiano.
E' un giorno caldo
quello che ci conduce a Omaha, e lo iniziamo da Des Moines, che
lasciamo in tarda mattinata per andare ancora di più verso ovest. Il
verde delle pannocchie non ancora mature continua a farci da cornice,
anche se la terra è maggiormente ondulata e le colline frastagliano
molto di più il terreno, per cui a differenza della parte est dello
stato i nostri occhi hanno un confine oltre il quale è difficile
scorgere qualcosa.
In ogni caso siamo
sempre nelle Grandi Pianure, siamo solo noi ad esserci scordati che
non esiste solo la pianura, per cui ora un piccolo avvallamento è
una novità interessante dopo ore ed ore di calma piatta.
La ruralità di
questa america è coinvolgente, e mano a mano che le strade dell'Iowa
ci accompagnano verso il Nebraska si nota una minore
industrializzazione agricola. Diminuiscono gli alti fienili ed i
trattori di ultima generazione, ed aumentano mucche e bufali, che
spesso trovano il coraggio di accovacciarsi a pochi metri dal confine
dell'interstate, sornioni e sonnolenti.
Stazioni di
servizio o luoghi di ristoro non ce ne sono su questa interstate, un
dato clamoroso se si pensa che questo è il paese del junk e del fast
food e che nella costa est si contano più ristoranti che pompe di
benzina.
Il verde cui i
nostri occhi si stanno nutrendo da due giorni lentamente lascia
spazio o si mescola al giallo del grano che però, pur essendo in
pieno luglio, è stato già tagliato ed anzi sembra quasi voler
ricrescere da un momento all'altro. D'altronde si avvicina il
Nebraska, e quei pochi ricordi scolastici che affiorano alla mente ci
dicono che questo è granaio non solo degli Stati Uniti, ma del
mondo.
Il Nebraska,
appunto, si presenta con una serie di dolci colline che contringono
l'interstate a delle curve su dei cumuli di terra, ma ben presto il
paesaggio si apre di nuovo, anche se abbiamo definitivamente lasciato
la calma piatta dell'Iowa.
Senza
dubbio, qui c'è uno spirito dell'america molto retrò, lo si
intuisce subito dalle grandi case poste in mezzo ai campi, le cui
proporzioni sono considerevolmente aumentate rispetto agli stati che
sino ad ora abbiamo attraversato. Non siamo stati in Alabama o nella
Louisiana, ma di certo ricordano la casa di Via col vento
per i colonnati importanti e per una certa forma squadrata. Iniziamo
a pensare dunque che queste non siano caratteristiche degli stati del
Sud, bensì siano canoni architettonici che si incontrano quando ci
si addentra nella Real America.
All'orizzonte
c'è una cappa di foschia che fa intuire un cospicuo aumento della
temperatura. E' logico, qui siamo enormemente distanti dal mare e non
c'è più l'influsso dei Grandi Laghi a far sentire la propria
brezza.
Pur avvicinandoci
ad Omaha le corsie non aumentano in modo vertiginoso, anche se il
traffico (sono quasi le tre del pomeriggio) inizia a farsi più
sostenuto.
Appena imboccato un
cavalcavia in leggera salita, con il sole che riesce a fare capolino
attraverso dei cumulonembi neri e minacciosi, sulla destra in una
verdeggiante collinetta si staglia una vecchia locomotiva dai colori
sgargianti e quindi rimessa a nuovo: è il segnale che stiamo
entrando ad Omaha, importante snodo ferroviario sin dalla fine
dell'Ottocento e crocevia di numerose strade in quanto ultima porta
per la conquista del west.
Il nostro albergo è
situato a Bellevue, un sobborgo in periferia, in una zona commerciale
comunque molto calma. Il concierge ci accoglie divertito: non avevano
mai visto turisti italiani. Primo obiettivo del viaggio raggiunto.
Manca poco alle
quattro e decidiamo di confonderci nella natura senza seguire il GPS,
cercando di seguire l'istinto: d'altronde dopo quattro ore d'auto
immersi nel verde non ci sembra difficile trovare il modo di
passeggiare su quelle colline. Invece, alla prima svolta a destra,
arriviamo su un enorme incrocio di binari, dove stazionano treni di
diverse dimensioni, alcuni dei quali non è possibile definire
moderni. Di fronte a noi dunque ci sono i convogli della Union
Pacific Railroad che partono da qua per raggiungere, dopo un viaggio
estenuante, l'Oceano Pacifico. Nonostante siamo nel 2013, non c'è
concessione alla modernità: i vagoni sono lunghissimi, per lo più
trasportano mais e grano e viaggiano lentamente lungo le curve
disegnate intorno queste morbide colline. Ci capita di incrociare un
convoglio che pigramente ci attraversa la strada, assolutamente priva
di sbarre nell'intersezione con i binari. Il conducente in prossimità
di questi incroci suona lungamente per avvisare del suo arrivo, ed
anche il suono è rimasto a qualche decennio fa. Spegniamo l'auto e
questo enorme serpentone si mostra in tutta la sua lunghezza e sembra
non avere mai fine. Siamo solo noi all'incrocio, un enorme convoglio
merci che punta verso ovest ed il sole che sembra non accennare a
diminuire la sua intensità.
La svolta inattesa
non ci conduce verso le colline del Nebraska, come pensavamo, bensì
mira verso la città. La periferia di Omaha è quanto di più midwest
si possa trovare. Un lungo viale in leggera salita è contorniato da
piccole casette in legno non molto curate, compresi i giardini
dall'erba alta che confermano questa noncuranza. Nonostante sia
sabato pomeriggio, gran parte dei negozi in questa zona sono chiusi.
I pick up parcheggiati davanti sono modelli vecchi ed arrugginiti e
la distanza che c'è tra una casa ed un'altra da l'idea degli spazi
enormi che hanno a disposizione qui in Nebraska: tanta terra da
coltivare, tanto sole d'estate e molta neve e pioggia d'inverno.
Passando questa
bassa collina le case si fanno leggermente più frequenti, anche se
la conurbazione delle città sin qui toccate nel viaggio qui è
lontana.
Il cuore ha un
fremito, perchè questa è l'America che ho sempre cercato, fuori dal
caos e dalla modernità, fuori dai rumori pazzi delle interstate che
si passano una sopra l'altra. L'America dei lunghi e noiosi
pomeriggi, l'America della sveglia alle prime ore del mattino per
controllare l'altezza del grano e per raccogliere gli enormi frutti
della terra. L'America degli stivali, bellissimi ed indossati dalle
donne con abiti leggeri a fantasia floreali, senza alcun canone
estetico caro agli stilisti che hanno rovinato la nostra vita con
canoni discutibili.
Nel cercare
parcheggio superiamo un paio di volte la vecchia ferrovia, ancora in
uso a dire il vero ma con un traffico di treni talmente limitato che
attraversare i binari è un po' come passare le strisce pedonali.
Come una vecchia diligenza parcheggiamo la nostra Nissan davanti ad
un porch in legno, pagando il parchimetro che è rimasto quello degli
anni sessanta, solo con l'aggiunta di una fessura per strisciare la
carta di credito (!).
Siamo disorientati.
Riparati dal sole sotto questi porticati trovano posto numerosi
musicisti: un padre con i due giovani figli intenti a suonare tre
violini, due chitarristi acustici vestiti con completi neri
impolverati, stivaloni ai piedi e cappelli dalla falde minute in
testa, che suonano vecchi pezzi folk accanto ad un giocoliere che
intrattiene i bambini che giochi semplici con i palloncini. Non è
una rievocazione storica, è Omaha, a tre fusi orari da New York, a
15 ore di auto e mais da Chicago.
Cerchiamo di
riprenderci dalla bellezza nostalgica del contorno, per comprendere
cosa in realtà c'è intorno a noi. L' Old Market è il
quartiere centrale di Omaha, il più antico, il nostro centro storico
(ogni paragone è azzardato ma necessario per darsi almeno delle
coordinate).
All'interno di
questi vecchi palazzi di mattoncini sorgono ristoranti ed attività
commerciali, solo che non c'è nessuna traccia della modernità. Dentro sono dei labirinti nei quali è facile perdersi, tra
corridoi, scale esterne ed interne. La motivazione, pensiamo, stia
nello sbalzo climatico tra estate ed inverno. Nella stagione più
fredda (molto fredda) gli spazi al chiuso sono indispensabili, mentre
d'estate tutte le porte vengono lasciate aperte, e queste vecchie
mura danno sollievo dal caldo esterno.
Basterebbe questo
connubio di pavimenti in legno, negozi e ristoranti, corridoi scuri e
scale scoscese, edera che cade dal terzo piano di un delizioso
cortile interno, per farci innamorare di questa monotonia allegra.
Ma più che la
forma è la sostanza a rendere il quadro incredibile. In questi
labirintici negozi vengono venduti oggetti dimenticati. Vecchi gilet
in pelle, stivali usati di varie fogge e colori, vinili degli anni
cinquanta, juke box, chitarre scordate, registratori a bobina,
poltrone di sessanta anni fa e si potrebbe continuare all'infinito:
un mercatino (mercatone) del vintage senza regole e criteri, tutto
per pochi dollari ma soprattutto ogni cosa che il cervello umano
possa immaginare qui c'è.
Ci addentriamo
nello store più grande, Fairmont, e per circa un'ora vaghiamo tra
poster di Marylin Monroe, piatti usati, cappelli da cowboy ed un mare
di caramelle (queste fortunatamente non vintage) che possiamo
caricare su una cesta di vimini e che paghiamo a peso.
Travolti da questo
turbinio di input, in questo enorme regno del vintage compriamo una
targa automobilistica del Nebraska, anno 1976 ed ultimo bollo pagato
nel 1984, talmente reale da avere ancora i moscerini stampati sui
numeri rossi a rilievo. La porteremo in valigia sino a San Francisco
come una reliquia, ed ora è sopra le nostre teste in sala da pranzo
nella nostra casa.
Torniamo alla luce
del sole, chiaramente più fioca adesso anche se il caldo non accenna
a diminuire. Ad Omaha c'è un solo grattacielo, che finisce a punta
ma che in realtà non rovina l'indole folk di questa città. Da
questa zona nemmeno si vede, ed anzi lo sguardo si perde oltre
l'ultimo palazzo a mattoncini, da dove si scorge un ponte dalle
tipiche assi metalliche e dietro la verdeggiante campagna.
E proprio come
cantano i Counting Crows in Omaha “da qualche parte in mezzo
all'America”, non si sa bene dove ci si trova. In mezzo a qualcosa,
ad un continente ed anche ad una idea di società. Ascoltare qui Bob
Dylan, Joan Baez ma anche i nostri contemporanei Son Volt, Wilco,
Golden Smog ed ovviamente Counting Crows e Wallflowers assume tutto
un altro significato. Il folk rock qui ha un senso, ha una
dimensione, ha una nostalgia dolcemente gioiosa da comunicare.
C'è una vita
elettrica in questa città che cova sotto una idea rurale.
Questo articolo è
un atto di amore mio e di mia moglie verso Omaha, perchè dopo averla
visitata il nostro modo di guardare la vita e le città è
inesorabilmente cambiato.
Omaha, Nebraska
Non prendo aerei, perchè ho una paura fottuta.Ma sono un paio di mesi che bramo l'idea di un viaggio negli States. Letto il tuo post,mi sa che prima o poi farò questa follia. Destinazione : Nebraska. per i Counting Crows e per Springsteen.
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