Il blues intorno a me. L'autobiografia di B.B. King


L'autobiografia di un bluesman non ha lo stesso sapore trasgressivo di quella di un rocker. E' tutt'altra cosa; un racconto quasi mitologico sulle proprie origini, una semplicità che quasi stride nel mainstream moderno ed una grande concretezza su fattori chiave quali fama e soldi.
Riley B. King è il blues. Questo perchè la sua data di nascita (1925), la città nella quale di fatto è cresciuto e diventato un uomo (Indianola, Mississippi) ed il non essersi mai discostato in oltre 50 anni di carriera dalla sua musica lo rendono il simbolo di un intero genere musicale.
Incredibilmente, in queste 299 pagine, King non spiega mai completamente cosa sia il blues, non avendone bisogno. Un uomo che nasce in una baracca per schiavi di colore all'interno di una piantagione di cotone nel Mississippi e si esibisce nella sua prima forma musicale in un quartetto gospel nella messa della domenica non si pone certo la domanda di cosa sia il blues. Il lettore invece, semmai avesse voluto avanzare il quesito, tra le righe trova risposte esaustive. Il blues, innanzitutto, è storia. Ma è anche una musica fatta di sacrificio e nata dal cuore per liberarsi. Liberarsi dall'idea di essere schiavo o da un peso dettato dalla vita di tutti i giorni.
Soprattutto il blues è devozione. E' curioso scoprire che l'esercizio sulla chitarra di B.B. King anche alla sua veneranda età è costante, ma ancora di più è leggere che nei suoi lunghi trasferimenti da un concerto a quello successivo ascolti centinaia di nastri di artisti blues, con una curiosità vorace.

Ci sono tanti nomi in questa autobiografia scritta in maniera impeccabile con l'aiuto di David Ritz, uno che ha già aiutato i racconti di Ray Charles e Marvin Gaye. I due più citati sono Blind Lemon Jefferson e Lonnie Johnson, che hanno ispirato il ragazzo di Indianola a prendere la chitarra. E c'è soprattutto T-Bone Walker, suo idolo assoluto, al quale in realtà B.B. King è distante anni luce per fisicità sul palco e per interpretazione, ma questa è l'essenza del blues: mai copiare, ma ispirarsi l'un l'altro.

Tralasciando le storie avvincenti narrate, che da sole comunque valgono gli euro di copertina, i nomi dei musicisti che hanno resa immensa la storia del blues e del jazz spuntano come funghi tra le pagine. Tra i suoi colleghi chitarristi, B. riserva parole importanti per Michael Bloomfield e Stevie Ray Vaughan, ma cita anche Kenny Wayne Shepherd, Kenny Burrell ("il mio chitarrista jazz preferito"), Luther Allison, Lucky Peterson, Keb Mò e Kelly Joe Phelps ed ovviamente Eric Clapton.

Una lettura consigliata soprattutto a chi ha voglia di iniziare una conoscenza approfondita di una musica che ogni decennio diventa sempre più attuale.

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