I figli musicali del Furore di Steinbeck

Un cavallo selvaggio, ricoperto delle icone che popolano l’immaginario collettivo degli Stati Uniti: la bandiera americana ondulata dal vento, un vecchio saloon ed un nuovo grattacielo. E’ questa la copertina di Gift Horse, il lavoro che mette la parola fine alla musica degli Stephen Kellogg & the Sixers. Chi? Lo so, degli emeriti sconosciuti nel vecchio continente, ma una realtà della musica rock/folk soprattutto nella costa Atlantica.

Dispiace che certe perle rimangano nascoste dalle nostre parti. Della musica contemporanea degli States ci arriva ben poco, soprattutto se escludiamo tutta la componente dance/pop/rap (e svariate declinazioni) che popolano le classifiche. E’ dunque un peccato che una band interessante come quella di Stephen Kellogg sia sconosciuta e che tale rimarrà, visto lo scioglimento del gruppo già annunciato e previsto il prossimo 31/12. Per dovere di cronaca, Stephen Kellogg forma nel 2003 i suoi Sixers a Northampton, nel Massachussets. La loro musica è all’interno della tradizione folk/rock, con qualche digressione in quello che i critici chiamano, per evitare che l’ascoltatore possa assimilare ogni gruppo moderno a Joan Baez, alternative pop/rock mescolato ad alternative indie/pop. Sorvolate su queste digressioni giornalistiche. Gli Stephen Kellogg and the Sixers fanno del bel rock dalle radici talmente ferme nella tradizione statunitense da non riuscire a comprendere dove inizia la componente folk e dove finiscono le chitarre elettriche.
Belle canzoni, arrangiamenti semplici che lasciano cogliere le sfumature di ogni singolo strumento, stupende chitarre acustiche. I sk6ers, come amano chiamarli i loro fan, non sono mai riusciti ad attraversare l’Oceano, restando pertanto una conoscenza a stelle e strisce.
Quanti come loro?

A metà degli anni Novanta una band divenne un piccolo culto negli appassionati del genere. Si chiamavano Grant Lee Buffalo, erano un terzetto e venivano da Los Angeles. Il loro leader, Grant Lee Phillips, padre e padrone di questo terzetto, li aveva condotti sino alle (non prime) pagine dei giornali grazie alla scrittura di un disco di debutto semplicemente perfetto: Fuzzy. I giornalisti ci hanno girato tanto intorno, cercando di coniare nuovi neologismi, per giungere poi alla ovvia conclusione che quello era folk rock moderno. Stupendo folk rock, soprattutto grazie alla sfumatura della sua voce (impostata e profonda) ed a testi descrittivi. L’America dei perdenti, o meglio l’America degli sconosciuti.
Ieri sera sono andato a cercare che fine avesse fatto Grant Lee Phillips dopo lo scioglimento del suo terzetto, datato 1999. Ero a conoscenza della sua carriera solista, in quanto nel 2001 comprai Mobilize, un ottimo disco in realtà molto più acustico dei suoi lavori con i GLB.
Ho scoperto che il grande Grant, nell’ultimo decennio, ci ha deliziato con 7 album, uno più stupendo dell’altro, uno più acustico dell’altro. E’ stata una scoperta folgorante riconoscere in quel talento acerbo dalla faccia indiana (figlio di due nativi americani) un songwriter eccelso, un cantastorie moderno. In Little Moon del 2009 si cimenta con l’iniziale Good Morning Happiness e cerca un incontro (riuscito) tra il folk ed il jazz, mentre nella title-track l’atmosfera si fa più cupa.

Ma sono le storie a farmi rimanere con le cuffie ben salde sulla testa. L’America ha la costante esigenza di qualcuno che la racconti. La fortuna dei suoi scrittori è sempre stata nel racconto di storie di gente qualunque e sconosciuta, persi e nascosti nella vastità di un territorio enorme e diversissimo e che si muovono qua è la per trovare una nuova terra da coltivare ed una nuova casa in legno da edificare (Furore di Steinbeck). Questa è ancora oggi la grande scena dalla quale attingono i songwriter ed i musicisti, soprattutto se hanno una chitarra acustica e tanta voglia di descrivere.

Stephen Kellogg e Grant Lee Phillips sono diversissimi tra loro. L’uno viene dalla costa Atlantica, l’altro dalla costa del Pacifico. Ma entrambi propongono musica che ci culla nella sua dolcezza e ci fa riflettere nei testi di un posto che, in fondo, conosciamo soprattutto grazie ai film ed a qualche buon corrispondente d’Oltreoceano.
Quindi, oltre a loro, ci stiamo perdendo anche dell’altro.

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