Underwater Sunshine. Counting Crows in vena di cover




Noi comuni mortali nelle vacanze estive ci lasciamo prendere dal riposino sotto l'ombrellone, con un libro comprato in edicola perchè tutti i propositi letterari li abbiamo dimenticati sopra il tavolo della cucina per le troppe valigie da caricare in auto.

Adam Duritz ed i suoi Counting Crows invece, mentre noi meditiamo se è meglio un ghiacciolo o la gazzetta, registrano un disco. Ma per non dimenticare che anche loro sono in vacanza, limitano il lavoro da fare scegliendo 15 cover (la maggior parte sconosciute) e divertendosi per tre settimane in studio di registrazione.

Underwater Sunshine (or what we did in our summer vacations) è tutto qua. Ed il sottoscritto era anche scettico dall'entrare in possesso del disco. Insomma, a chi interessano i Counting Crows senza le parole originali di Adam Duritz? E poi, la loro caratteristica da sempre è riproporre centinaia di cover, nei concerti o nei lati b dei dischi. Quindi, perchè acquistare questo lavoro?

Semplicemente perchè i Counting Crows sono una spanna sopra gli altri.
La prima impressione che si ha premendo play è che, se non sapessimo che sono canzoni scritte da altri, sarebbe un altro perfetto disco dei sette di San Francisco. Untitled (love song) è la prosecuzione di Mr. Jones , solo con quale assolo in più e qualche chitarra sporca in meno. Ma tutti i brani proposti hanno il marchio di fabbrica. Start Again, originariamente scritta dai Teenage Fanclub (questi se non altro meno sconosciuti) sembra uscita dal loro ultimo Saturday Night and Sunday Morning ed è fondamentalmente la via che da anni hanno intrapreso i recenti  Counting: la ballad acustica coccolata dai pianoforti di Charlie Gillingham.

Ed il disco scorre piacevolmente, con esecuzioni notevoli (Like Teenage Gravity è emozione pura) e pop scanzonati come Coming Around. E non dite in questo caso che la scelta è troppo leggera: la tanto amata Accidentaly il love allora cos'era?
Naturalmente, la voce stupenda e complicata di Duritz da il meglio di se laddove la musica si fa profonda e narra le storie di una america in secondo piano, dimenticata. The Ballad di El Goodo (ma dove l'hanno pescata?) è disarmante nel suo incedere lento ed evocativo. Ma anche Hospital, più rock e più elettrica su un testo di grande impatto emotivo, lascia stupiti per le montagne russe che i Counting Crows sanno cavalcare nel cuore dell'ascoltatore.

Incuriosito dalla bellezza del disco sono andato a ripescare in rete i brani originali, accorgendomi che il lavoro di Duritz & c. è stato di rileggere queste sconosciute composizioni in chiave Counting Crows, tanto che la versione proposta è spesso lungamente migliore di quella in origine. E, cosa non da sottovalutare, se al primo ascolto il disco risulta un po' ostico, a poco a poco le canzoni si attaccano al cervello con l'esigenza di non poterne fare più o meno.

Ed allora si capisce che nelle tre settimane di vacanze prese per registrare questo divertissement, i Counting Crows si sono divertiti molto più di noi. 

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