I miei dischi imperdibili della musica Americana

Avviso al lettore. Questa mia selezione non ha la pretesa di dirvi quali sono i migliori dischi della musica americana, giammai. Voglio invece condividere quali sono i dischi che mi hanno cambiato la vita e che rappresentano (per me) anche la base degli Americana, la band nella quale suono.

Counting Crows. Recovering the satellites (1996). L'opera per la quale i Counting Crows verranno ricordati è August and everything after, disco che ha rivitalizzato il rock americano. Ma per me Recovering the satellites è insostituibile, perchè ha dentro di se la perfezione che ho sempre cercato in una band, oltre che il suono che rincorro da una vita. Due chitarre, basso, batteria, un grande tastierista indaffarato tra pianoforte, Hammond e piano elettrico ed un cantante dalle doti ineguagliabili. Questo disco rappresenta il mio concetto di musica, le chitarre che si scambiano le casse, assoli che potresti cantarli uno ad uno. Canzoni dal piglio elettrico, ritornelli indimenticabili, il tutto registrato nelle cantine di una enorme villa in California, un sogno per ogni musicista. Sono passati venti anni, non mi stanca mai.

The Black Crowes. Amorica (1994). Anche qui, la stampa di settore (ma anche il pubblico, sono sincero) tra i dischi della band di Atlanta ha sempre privilegiato The southern armony and musical companion probabilmente più compatto, e di sicuro più rock'n'roll. Ma Amorica è la svolta dei Corvi Neri della Georgia, l'allontanamento progressivo dalla formula Stones/Zeppelin e l'abbraccio delle proprie radici americane. Esce finalmente allo scoperto il blues, che sino a quel momento era triturato in una mare di rock'n'roll schietto e diretto. In tutto il disco, gli assoli ispirati di Marc Ford (che talento!) e l'organo prepotente di Eddie Harsch (Riposa in pace) colorano le canzoni come in un quadro sudista, in cui i fumi del bollente caldo della Georgia si gettano nel Golfo del Messico. Una pietra miliare di cui non faccio mai a meno.

The Wallflowers. Bringing down the horse (1996). Lo inserivo nel lettore e sentivo l'America. E' un disco marchiato indelebilmente dal suono americano, tanto che è difficilissimo riprodurre dal vivo quei suoni (testato in prima persona). Merito di un certo T-Bone Burnett che ha fatto della ricerca del perfetto suono americano il suo percorso di vita da produttore, di certo comunque è aiutato da un set di canzoni memorabili (One headlight e 6th Avenue heartache sono un inizio perfetto) e da una band che, detta con estrema sincerità, non ha più composto e suonato a quei livelli. Protagonisti assoluti dell'album il drumming potente di Mario Calire e l'organo vintage di Rami Jaffee, oltre al lavoro chitarristico pazzesco di Michael Ward, uno che quando vai ad ascoltare le tracce in cuffia scopri un mondo.

Tom Petty & the Heartbreakers. Greatest Hits. Mi fa strano scegliere un Greatest Hits tra i dischi a me cari. In realtà vorrei prendere gran parte della discografia di Tom Petty, sia con i fidi Heartbreakers che da solo, e citare i dischi uno ad uno. Ma sarebbe troppo lungo, ed allora ho scelto questa raccolta che comprai anni fa proprio negli Stati Uniti e che racchiude alcune delle canzoni che amo di più. Non ci sarà Love is a long road (grave dimenticanza), ma c'è quella Mary Jane's Last Dance che mi provoca brividi da sempre. Tom Petty sa scrivere canzoni, gli Heartbreakers sono una macchina da guerra. Le mie orecchie ringraziano da sempre, la mia anima anche.

The Dirty Guv'nash. Somewhere Beneath these Southern skies (2012). Io amo i Guv'nash, anche se non li conosce nessuno. E nessuno più li conoscerà, perchè nel 2016 si sono sciolti, e di loro rimarranno tre dischi a cavallo tra southern rock e rock americano più tradizionale che non riuscirò mai a dimenticare. Dei tre io scelgo Somewhere Beneath these southern skies, che pur mancando di canzoni epiche come Wide awake (presente nel debutto) ha una coerenza di fondo ed un suono che rappresenta un must in questo genere. Sono grandi i DG, non si vergognano di unire alla melodia orecchiabile delle belle chitarre stile southern, e non si vergognano di andarci giù di cori, pianoforti e quanto altro preveda il clichè. E poi, con quel titolo....Ma perchè vi siete sciolti? Comunque venivano da Knoxville, Tennessee ed insomma, buon sangue non mente.


Commenti

  1. Non c'entra nulla con il rock Americano...ma ecco la mia lista dei 5 album con cui non potrei vivere senza....
    - Coldplay - Parashutes ( 2000)
    - Lenny Kravitz - 5 (1998)
    - Radiohead - Ok Computer (1997)
    - Nick Drake - Pink Moon (1972)
    - Jeff Buckley - Grace (1994)
    ...ce ne sarebbero un infinità ancora da citare...ma una menzione d'onore la voglio aggiungere...semplicemente per il fatto che a cadenza trimestrale il mio cervello lo richiede tassativamente...e non posso fare a meno di ascoltarlo.....
    - Steve Vai - Sex and Religion (1993) con quel matto di Devin Townsend alla voce.

    Degli album che hai citato conosco soltanto i Black Crowes per fama e qualche canzone...senza mai avere ascoltato un album intero...mea culpa...mea grandissima culpa.....
    devo correre ai ripari...

    ciao mitico!!!

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    1. carissimo, nella tua top 5 ci sono due dischi che adoro: OK computer e soprattutto Grace, un album che mi crea ancora problemi ad ascoltare, tanta era la grandezza di Jeff. Li conosco bene tutti e sei e devo dire che di tutta la discografia di Steve Vai, l'unico disco che riesco ad ascoltare ancora oggi è proprio Sex and Religion perchè finalmente caratterizzato dalla forma canzone. un grande abbraccio!

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