Volevamo essere gli U2 (capitolo 4)

Alcuni di noi frequentavano il corso musicale propedeutico all’entrata nella Banda Musicale della città. In effetti aveva poco a che fare con il rock ma sembrava l’unico modo per poter prendere lezioni di solfeggio ed armonia senza per forza doversi andare a svenare. Ovviamente, l’unico strumento replicabile era la batteria, pertanto il nostro drummer stava giovando e non poco dell’approfondimento musicale, mentre gli altri si dovevano barcamenare tra clarinetto, tromba e sassofono cercando di intuire quale insegnamento riportare su basso, chitarra e pianoforte. Io e l’altro tastierista invece alla sola idea della Banda Musicale ci facemmo cogliere dall’orticaria, decidendo che forse andare a lezione di strumento ci sarebbe costato di più ma avremmo avuto risultati migliori (e soprattutto ci saremmo divertiti). In fondo, era solo una questione di scelte: rinunciare alla pizza del sabato sera per comprarsi un disco. L’ho fatto per tutto il periodo delle Superiori e per i primi anni di Università, quasi come una ossessione, la necessità e la voglia di rintracciare in un nuovo disco quella canzone che potesse rendermi la vita diversa, quel riff da voler suonare ad ogni costo, quell’assolo sul quale passare incurvato intere serate solo per replicarlo in maniera uguale. Erano scelte, appunto, che non mi/ci costavano più di tanto, perché dettate dalla grande passione.

Avrete capito comunque che 4/6 della band era implicata nelle maglie della Banda Musicale. Ora, detta con sincerità, i personaggi “storici” di quella Banda cittadina non erano né altruisti né talent scout e l’offerta che sembrava una apertura di credito nei confronti di un gruppo di ragazzi alle prime armi non era poi così magnanima. Avrò modo più avanti di spiegarmi.
In ogni caso, la proposta pareva allettante. La Banda Musicale stava allestendo una piccola Festa di Carnevale nella propria sede da realizzarsi di pomeriggio, al termine delle lezioni singole di musica. Ci sembrava il massimo in quel momento, perché le facce erano conosciute, si giocava un po’ in casa (almeno i nostri 4 amici) e l’orario pomeridiano pur se infrasettimanale ci avrebbe permesso di smontare la strumentazione e tornare a casa in un orario decente. Accettammo l’ingaggio con una semplicità che ancora oggi mi fa pensare a quanto fossimo ingenui. Quei musicisti classici (che sotto sotto ci deridevano) in realtà stavano cercando di capire se fossimo dei nuovi geni locali della musica, oppure solo dei poveracci che, a pochi mesi dall’aver fondato una band ed esserci quasi improvvisati per rinsaldare una amicizia e non lasciare nessuno fuori, si credevano di essere già pronti per una esibizione.

A dire il vero non fummo nemmeno furbi, ma la motivazione risiedeva nella mancanza totale di esperienza nella preparazione ad una esibizione dal vivo. Eravamo convinti infatti che quel suono e quelle canzoni che sentivamo uscire dalla Casetta fossero non solo musica, ma anche allietante abbastanza per un pubblico. Non ci ponemmo insomma il problema di quale fosse il nostro livello e continuavamo a pensare che così come una canzone suonata con la chitarra in spiaggia bastava a far felici le persone, a maggior ragione 6 strumenti all’unisono avrebbero creato un trionfo.

Inoltre, non avevamo una strumentazione ben che meno adeguata. Il grande problema era che con una sola cassa acustica mandavamo avanti voce e due tastiere e si creava un casino (non saprei altrimenti come definirlo) che distorceva qualsiasi frequenza. Il problema maggiore era il mio, cantante e chitarrista, che riuscivo solo ad intuire la mia voce. Era lo scotto delle prime esperienze ed anche, lo dico chiaramente, la mancanza di fondi adeguati. Basti pensare che per utilizzare quella cassa avevamo fatto un contratto di noleggio con il locale negozio di strumenti musicali, per il quale pagavamo forse 30.000 lire al mese…che tra l’altro facevamo anche fatica a tirare su con una certa regolarità (in sei…). Ciò non vuol dire che fossimo spiantati , ma semplicemente che non avendo alcuna entrata facevamo fatica a chiedere sempre i soldi a casa per questa “idea” che già dall’inizio ci aveva fatto spendere cifre importanti.
Insomma, oltre al problema musicale vi era anche un problema strumentale. Altro errore (banale e di inesperienza) fu quello di pensare che per una esibizione non fosse necessaria alcuna scaletta; quindi, terribilmente, avevamo concordato che una volta pronti per iniziare a suonare avremmo deciso sul momento cosa fare. La verità forse stava nel fatto che nella nostra intimità nessuno di noi era convinto che avremmo fatto una figura decente ma era altrettanto vero che nessuno di noi si era mai precedentemente esibito dal vivo con qualche altro gruppo, per cui era tutto devoluto all’intuizione.

Quel fatidico pomeriggio, quando arrivammo in questo salone nemmeno troppo grande trovammo dei tavoli imbanditi con i dolci di Carnevale posti tutti addosso al muro ed un enorme spazio vuoto in mezzo: il nostro primo palco. Tutti ci guardavano mentre montavamo in pieno stato di agitazione la strumentazione. Nella cassa della voce facemmo passare anche le due tastiere, il resto erano piccoli amplificatori per basso e chitarre. Ricordo che imbraccia la chitarra e provai il microfono: mi sembrava ad un volume decente e reputai che si poteva iniziare…senza soundcheck, senza niente prima….anche perché: cosa era un soundcheck? Chi ce lo aveva insegnato?

L’unico ricordo preciso fu che suonammo “La canzone del sole” in un clima straniante, con le facce divertite ed allo stesso tempo imbarazzate dei “musici” e dei/delle loro fidanzate/amiche/mogli/compagne. Il cantante si accorge della faccia delle persone, ha un feedback immediato ed il mio feedback era “Scappiamo!!”. Forse provammo a suonare altri due brani, nemmeno ricordo quali, ma fu un disastro. Ad un certo punto mi volli fermare perché era chiara la sensazione che avevamo sbagliato tutto: avevamo sottovalutato il suonare live per la prima volta, pensavamo che le nostre interpretazioni fossero le più belle del mondo e soprattutto non avevamo una strumentazione decente. Dulcis in fundo: fondamentalmente dovevamo iniziare a fare le prove in maniera intensiva e a studiare i nostri strumenti con maggiore approfondimento.

Ma fu una grande delusione, soprattutto l’onta dei saccenti “musici” che nel restante tempo ci dicevano cosa secondo loro non andava (tutto, in sintesi). Tornai a casa con la coda tra le gambe: la montagna da scalare mi sembrava infinita e non sapevo dove avremmo cominciato. Ma soprattutto, mi assalì la paura che gli altri si fossero demotivati. Il giorno dopo, sarebbero esistiti ancora i Blue Light?
(…continua…)


Commenti

  1. Quando c'è un nuovo capitolo della saga "volevamo essere gli U2"...la giornata comincia molto ma molto meglio :D

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