Volevamo essere gli U2 (capitolo 3)

Dopo il primo e fallito tentativo di far funzionare tutta la strumentazione iniziammo a migliorare il preistorico e precario impianto elettrico. Essendo sempre in bolletta, non trovammo di meglio da fare che “recuperare” (e sto utilizzando un termine elegante…) quanti più adattatori, prolunghe e cavi elettrici possibile dalle nostre abitazioni. In un giorno poi costruimmo una finestra al posto di quella da battaglia che già era presente nella casetta, pericolante e con i vetri rotti; riuscimmo a realizzare un buon infisso con delle tavole di legno di quelle per l’imballaggio delle lavatrici. Col resto delle tavole costruimmo una pedana per la batteria, che fu coperta da una moquette presa Dio solo sa da dove. Per quanto concerne le prese, le posizionammo in mezzo ai muri con dei chiodini, mentre la multipla più grande si trovava al livello di una piccola finestrella laterale che dava sul campo, dove arrivava il cavo collegato con il gruppo elettrogeno. La disposizione quasi finale prevedeva la cassa del basso nella pedana della batteria, noi tutti in circolo, uno dei due tastieristi con la tastiera appoggiata su un vecchio lavello. E, magicamente, tutti i cavi funzionavano!

Il primo giorno di vere prove, lo ricordo bene, fu una magia, un dono. Il ritrovo era alla Casetta alle ore 15 di un sabato pomeriggio di inizio Novembre. La giornata era soleggiata e comunque non avremmo patito il freddo perché in sei in uno spazio così angusto semmai soffrivamo per l’alta temperatura della stanza. Tra accendere il gruppo elettrogeno e collegare i cavi passò velocemente la prima ora. Ore 16: e adesso? Provammo “Wish you were here” all’incirca 20 volte…che emozione, mi sembrava di scoprire il vero significato della vita, mi sembrava di volare. Ma dopo i Pink Floyd? Andammo sul classico: Battisti “La canzone del sole”. Venne bene, ovviamente, perché non si può definire un pezzo complicato, ma di certo se lo sentissi oggi ci troverei un miliardo di problemi. Al buio delle sei di sera infine provammo “Walk of life” dei Dire Straits, perché uno dei due tastieristi sapeva il riff di organo…un disastro, flop totale. Ma a chi interessava? Non di certo a noi. Tra i tanti ricordi, quello che resta più indelebile è la sensazione di onnipotenza, l’idea di aver conquistato il mondo. Non il mondo di tutti, bensì il nostro mondo. Spento il gruppo elettrogeno e riposta la strumentazione in un angolo della Casetta, ci sedemmo al buio davanti la porta. Adesso iniziava a fare veramente freddo. Quel pino alto che da anni funge da protettore di quel piccolo quadrato di mattoni si muoveva davanti a noi, riparandoci un poco dal vento gelido. Penso che in quel tempo lì fuori non parlammo di musica. Suppongo che parlammo di noi, perché a 17 anni parli di te. Ricordo però che quel sabato sera non uscimmo nemmeno di casa, ognuno di noi rimase steso sul letto a pensare a qualcosa. Qualcosa di intimo, personale. Oppure qualcosa di pratico. Ma qualcosa.

Quell’inverno proseguì in maniera fantastica: ogni sabato pomeriggio le prove, sempre con il solito refrain: pompa di benzina, pieno al gruppo elettrogeno, collegamento cavi, musica. Accadeva spesso (perché accadeva) che il motore del gruppo elettrogeno si ingolfasse ed allora perdevamo mezz’ore intere a risalire al problema, togliere, pulire e rimettere la candela fino a quando non ripartiva. Ad un certo punto, superate le feste di Natale e di Capodanno, uno dei due tastieristi portò in sala prove un testo scritto a mano: erano le parole di “Smells like teen spirit” dei Nirvana (c’è forse bisogno di presentazioni?). A metà degli anni novanta avevamo ancora due modi per conoscere il testo delle canzoni in inglese: comprare il disco (e sperare che dentro vi fosse il testo, cosa di cui purtroppo Nevermind era sprovvisto) oppure armarsi di pazienza e buon orecchio, oltre che di predisposizione per la lingua, e provare a risalire al testo. Da ottimo studente così lui fece e mi ritrovai un mano un piccolo tesoretto: erano poche le band di coetanei che potevano suonare “Smells like teen spirit” senza improvvisare parole inutili o gorgheggi preistorici. Il riff lo conoscevamo…mi fa molta tenerezza il pensare che la nostra era una versione con due tastiere (!) e che io urlavo per oltre tre minuti, senza alcuna melodicità e solo con la voglia di spaccare il mondo. Non l’abbiamo mai eseguita dal vivo, nemmeno quando le cose iniziarono ad andare meglio e noi diventammo una vera band. Ci sarà stato un motivo, no?

Fatto sta che alla fine di Gennaio avvenne quella cosa che tutti aspettavamo con bramosia ed al contempo vivevamo con un terrore estremo: la proposta per suonare davanti ad un pubblico. La situazione, a dire il vero, fu un po’ forzata.


(…continua…)

Commenti

  1. Alex...mi riporti indietro di non so quanti anni...narri meravigliosamente sensazioni che in un modo o nell'altro tutti noi musicisti in un fanciullesco momento della nostra vita abbiamo provato....ed è bellissimo.

    RispondiElimina
  2. Caro amico mio, mi fa enormemente piacere che leggi sempre con attenzione questa storia. lo sai bene, perché ci conosciamo da tanti anni ormai, che è vera in ogni singola parola. Non so perché, ma volevo rimettere a posto nella memoria un momento della mia vita, un ricordo così forte con il quale non avevo ancora fatto i conti. Ovviamente il racconto prosegue, ed avrà numerosi capitoli. ti abbraccio, fatti vivo

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari