Se continua così, la musica è finita (ed anche gli amici se ne vanno)

L’argomento, lo so bene, è molto delicato. Il tema di questo post è “La musica amatoriale dal vivo in Italia”. E si, mi sto addentrando nel meandro complicatissimo dei locali che fanno esibire band non famose, amatoriali, non professionistiche, chiamatele come volete ma ci siamo capiti.
La vicenda è scottante perché tocca un nervo scoperto per molte persone che, pur non vivendo degli introiti della musica, hanno voglia di presentare la propria arte, la propria band, il proprio discorso musicale. Altrettanto agguerriti, dall’altra parte ci sono i gestori dei locali che, devo dirlo per onestà intellettuale, si trovano sempre di più con la necessità di dover far quadrare i conti. Questi due mondi nemmeno troppo lentamente stanno entrando in forte collisione, e ciò eroderà di molto la possibilità per un amante della musica di assistere a concertini “sotto casa” al solo costo di una birra al bancone.

Chi scrive è inserito da circa 12 anni nel circolo vizioso del “io ti chiedo una serata”, ovviamente dalla parte del musicista. La situazione è drammaticamente peggiorata in questi ultimi 2/3 anni. Non era difficile fino a qualche tempo fa trovare una serata anzi, era una componente divertente del lavoro di musicista. Si andava nel locale predetto, si consumavano un paio di birrette magari insieme al gestore in orario vicino alla chiusura, e quest’ultimo apriva l’agenda e fissava il live, spesso non oltre il mese di attesa. Con questo metodo una band di persone normali (quelle per quali la musica non è un lavoro) riusciva a tenere una media di un concerto al mese, grande soddisfazione per tutti ed anche una crescita esponenziale che in poco tempo ti poteva portare da piccoli palchi locali ad ottimi luoghi dove la musica è in scaletta tutti i giorni, e non solo il venerdì sera.

Attualmente la situazione è degenerata. Senza per forza voler dare colpe specifiche ai locali, ecco una serie di aberrazioni che si stanno vivendo nei nostri giorni. Ci tengo a precisare che prendo ad oggetto luoghi che propongono musica tutti weekend, che hanno un piccolo palco attrezzato e che si sono fatti un seguito soprattutto grazie ai live.

1) Suonano sempre gli stessi. E’ inutile che ci giriamo intorno, a meno che gli stessi non siate voi, la situazione sta assumendo contorni surreali. Per gli stessi non intendo solo le stesse band, ma a volte sempre gli stessi musicisti, che hanno 2/3 situazioni musicali diverse e riescono a piazzarle tutte di seguito in un mese nello stesso locale. Pazzesco. Sono soggetti assetati di serate, che tampinano il gestore per giorni e giorni finchè, stremato, non concede “la prima volta”. A quel punto, come pavoni in cerca di accoppiamento, propongono tutti i loro assi: un demo che hanno registrato in maniera perfetta spendendo migliaia di euro, un grafico sempre a disposizione per la locandina, ed ovviamente la possibilità nel caso in cui qualcuno della band si ammali di sostituire con un altro proprio gruppo. Queste persone stanno completamente saturando il sistema, hanno fatto della caccia alle serate uno stile di vita e, incassando molto più degli altri, rimarranno sempre in pole position per avere la strumentazione migliore etc….
E voi gestori di locali, scusate, ma volete svegliarvi un po!

2) Le tribute band commerciali. Non è detto che quelli del punto 1) siano gli stessi di questa sezione. Certo è che i nomi li sappiamo: Vasco e Liga sono un lasciapassare unico per avere serate in ottimi locali. In aggiunta a ciò, il cachet di queste tribute è incomprensibilmente alto, commisurato poi ad una offerta musicale trita e ritrita. Però, si sa, gli italiani ancora amano andare al pub ed ascoltare un imitatore di Vasco, il gestore vede il locale stracolmo di inneggianti ad “Alba chiara” e noi che attendiamo ancora imperterriti che ci venga fissata un’altra serata…
Il problema? Semplice: oltre a suonare anche in questo caso sempre loro, non permettono nemmeno di aprire al pubblico un nuovo fronte culturale rispetto ad altri generi. Un dramma.

3) I cachet. Vi racconto l’episodio perché vale la lettura. Un locale di Roma intende farci fare una serata. Chi scrive è marchigiano, dunque la distanza è considerevole. Nello scambio di messaggi, i gestori chiedono “quali sono le condizioni?” A noi le chiedete? Va bene, rispondiamo che prima di tutto ci interessa suonare in un luogo che abbia il suo giro di clientela, perché ci interessa far conoscere il nostro progetto. Risposta “Il locale fa da sempre live nei weekend. Però anche la band deve portare gente”…da 300 km di distanza? Va bene, adesso la genialata “Ci possiamo accordare per € 130,00?”. Certo caro mio, io farò 300 km con tutti gli strumenti, siamo in 6 nella band, ti offrirò quasi tre ore di musica e poi tornerò a casa alle 6 di mattina per prendere 130 euro. Non fa una piega. Con questo non getto la croce addosso a nessuno, perché se la situazione è arrivata a questo punto è colpa di un paese con una disoccupazione come piaga sociale, consumi ridotti all’osso e bolletta energetica deprimente. Certe somme si possono proporre se siete una associazione, se offrite al gruppo competenza e voglia di ascoltarlo, se insomma offrite un qualcosa al di fuori dei soldi.

4) La paura. Questa componente psicologica mi sembra sia alla base di tutto, è il substrato. A volte ci si trova davanti a gestori che chiedono: il demo, filmati youtube ed un anticipo sulla scaletta. Altro??? Ma soprattutto: perché? Evidentemente, per la paura di proporre al proprio pubblico qualcosa di inatteso, che va oltre gli standard del locale. Non ha senso, ve lo dico chiaramente, non ha senso. Alla lunga il locale diventerà ripetitivo nella propria proposta e chiuderà. Vi siete mai chiesti perché un locale che ha aperto nel 2013 quest’anno non esiste più? Perché non si ha avuto il coraggio di osare. E poi, per avere demo e filmati bisogna anche avere soldi, come faranno i giovani a proporsi? Paura, paura e paura. Ed una ulteriore domanda: ma siete veramente così esperti di musica da poter giudicare una band dal demo?

5) L’affaire registrazioni. Questo è collegato al punto precedente, ed il dito è puntato su noi musicisti. Carissimi, se in studio di registrazione per il demo utilizzate tutti gli armamentari della tecnologia, intonando le voci e le chitarre, sistemando gli errori del batterista e spendendo in mixing finale, sarete stupendi su disco ma poi dal vivo la realtà verrà a galla, e giustamente il gestore del locale la prossima volta che vi vede vi fulmina. Conseguenza: per colpa di qualcuno non si fa suonare più nessuno.

6) SIAE. Tutti noi che suoniamo abbiamo ben chiara la piaga, e dobbiamo essere noi a ribellarci per primi. Inutile vagheggiare altri discorsi, come riesce a far quadrare i conti un locale che deve spendere già in anticipo una cospicua somma solo per farmi suonare?

Aperto ad ogni discussione.

Commenti

  1. Condivido in pieno il tuo post Alex....è veramente una situzione triste.

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  2. eh già Dani, situazione grave che di certo non migliorerà. E poi siamo sinceri, dopo un po' tutti noi abbiamo bisogno del palco ben fatto, del locale che ha il suo giro e di un po' di adrenalina. In molti ci vorrebbero sempre a suonare al bar del Centro o al bar della Stazione, ma ciò non è nell'indole di un vero musicista. Dobbiamo iniziare a contrastare ed evitare almeno i 6 punti che ho elencato. Quando vuoi, fatti vivo eh! Un abbraccione. Ale

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