Counting Crows live @ Pistoia Blues, 3 Luglio 2015

Un rito collettivo. Una catarsi. I fan dei Counting Crows si attendono questo ogni volta che Duritz & C. salgono su un palco. Tra Novembre 2014 e l'inizio di questa torrida estate, i sette di San Francisco hanno calcato i palchi italiani per ben cinque date, all'interno di due tour europei, dimostrazione che c'è interesse nel farsi conoscere nel Vecchio Continente.
Negli ultimi due anni ho avuto l'occasione di vederli dal vivo ben tre volte, di cui una, memorabile, a New York, poi a Novembre in quel dell'Alcatrazz a Milano e, per l'appunto, la data del Pistoia Blues.

Premessa doverosa ed importante. Le band americane vanno ascoltate negli States, perchè è proprio tutta un'altra pasta. Al Ballroom Theatre di New York ho assistito ad una performance in stato di grazia, una botta sonora senza pari ed una nitidezza di suono impareggiabile. Ognuno dei sei musicisti poteva disporre di un armamentario pauroso, fatto di amplificatori, effetti e chitarre senza soluzione di continuità. E' ovvio, a meno che non ci si chiami Foo Fighters o Pearl Jam, che le trasferte oltre oceano costringono ad una forte riduzione del set up. Questo incipit è necessario per rispondere ai vari commenti od articoli sui giornali che fanno seguito alla performance di Pistoia e la definiscono "fiacca". Io invece mi meraviglio di come, con così poca strumentazione, si possa partorire un live di tal genere.
Dan, Immy e David, i tre chitarristi, hanno a disposizione tre ampli stupendi ma dal wattaggio misero: due Fender Super Reverb ed un Mesa di ridottissime dimensioni (Immy). Immagino, ma non riesco a vederle pur essendo sotto il palco, che le pedalboard siano quelle solite, però sappiamo bene dell'importanza dell'ampli per una musica del genere. Millard Powers utilizza una piccola testata artigianale su un bel cabinet dell'Ampeg. Charlie invece si è fatto costruire il suo angoletto fatto di pianoforte e tastiere, incluso Hammond. Jim utilizza una bella Rogers, ma non è da strapparsi i capelli. Da citare invece degli stupendi Magnatone per le chitarre acustiche, roba vintage dal suono stupendo.

il palco prima dell'inizio del concerto (Foto: bluespaper)


Ad aprire il concerto Arianna Antinori, voce nuova del circolo rock italiano. Si presenta con sei musicisti, tra cui sassofonista e trombonista e propone un blues/rock bello tirato ma troppo figlio di Janis Joplin. Chi legge mi dirà: hai detto niente! Ed infatti sulle doti canore della Antinori niente da dire ed anzi massimo rispetto, però i suoi 40 minuti scorrono senza lode, tra composizioni già sentite e voce sempre tirata. Affiancategli un guru che rinnovi un po' la sua penna, la ragazza è pronta per fortune discografiche anche oltre il confine italiano.

Dieci minuti prima delle 22 i Counting Crows entrano sul palco. L'avvio è pacato: versione acustica ed intimista di "Rain King". Questa canzone l'abbiamo sentita anche con arrangiamento bello rock tirato, stile Eagles, sia a New York che a Milano e rende bene al termine della scaletta. Il problema ora però è che i volumi sono tutti da settare: la voce è bassa e le tastiere di Gillingham inesistenti. Troppo alta invece la chitarra di Dan Vickrey. Il problema persiste sino a "Mr. Jones", che invece con il passare degli anni è tornata nella sua veste originale. Da qui in poi l'astronave prende il volo, ed è un crescendo di emozioni.
"Colorblind" commuove e per la prima volta nella serata Duritz alza la voce e conduce le danze. Bellissima la nuova versione di "Goodnight Elisabeth", che sembra donarle nuova vita e "Miami" sferza di rock Piazza Duomo.
"Start Again" è diventata intoccabile in scaletta, mentre una lieta sorpresa è la versione tiratissima di "John Appleseed's Lament", con un Immergluck in grande spolvero.

Chi ha visto altri concerti ormai conosce alla perfezione i live di Adam: istrionico, teatrale, interpreta, cambia, modula. Inutile attendersi una versione fedele a quella del disco ed a Pistoia questa regola è stata confermata, forse con una performance canora più tranquilla e meno propensa a picchi in alto. Probabilmente il caldo, ma è comunque innegabile che la versione intimista è quella che, in questo momento della carriera, si addice di più al cantante di Baltimora. A conferma di ciò, "A long december" crea emozioni infinite: la sua versione migliore da anni a questa parte.
Si chiude, come di consueto, con "Hangin'around", sempre divertente e piena di riferimenti agli anni '60 e con la malinconia di "Holiday in Spain".

Nonostante il caldo ed un pubblico non troppo competente (sappiamo che certi Festival centrifugano insieme diversi generi musicali facendo perdere la bussola), i Counting Crows ancora una volta hanno dimostrato che il loro roots rock sincero ha ancora molto da dire. Fortunatamente per noi. 



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