I Black Crowes si sono sciolti. Lunga vita ai Black Crowes

Il primo contatto lo ebbi nel 1996, quando diedero alle stampe Three snakes and one charm. Così profondamente americani, blues e figli dei fiori, i Black Crowes in quel disco suonano vintage, dilettandosi a giocare la parte dei rocker arrivati. Non sapevo, in quel tempo, che altri tre album avevano preceduto quel bel disco. E che album!!!

Passo indietro. Chris e Rich Robinson sono l'ennesima coppia di fratelli della storia del rock. Cresciuti nella calda ed umida Georgia, hanno indubbie doti di talento e soprattuto hanno due grandi passioni musicali: i Rolling Stones e i The Faces. Dalla parte loro però c'è il provenire dal profondo sud americano, e quindi ritrovarsi cucito addosso il blues, così intensamente da non poterselo togliere dalla pelle.
La loro idea, così demodè in quel periodo a cavallo tra la fine degli Ottanta e l'alba dei Novanta, è di riprendere il suono del rock'n'roll, mettere le chitarre sporche in prima fila, ridare un ruolo all'organo Hammond ed al pianoforte e piazzare al microfono il grande Chris, uno dei pochi a poter dire di essere l'erede di Plant (non mancherà infatti anni dopo un disco live tributo agli Zeppelin accompagnati da Page).
La formula del debutto con Shake your money maker è tutta qua, condita da qualche reminescenza folk (la superba e conosciutissima She talks to angels) e forse qualche involontario ricordo dei Guns'n'roses (in fin dei contri i due Use you illusion erano buoni quadri del rock americano). Un esordio bello pompato, rock'n'roll nel solco della tradizione, con anche una cover di Otis Redding (Hard to handle, che sembra scritta apposta per i Crowes) ed un paio di episodi che diverranno classiconi della band dal vivo: il famoso binomio iniziale Hard to handle - Jealous again.

La storia di questi rocker dal gusto vintage inizia così, con la soddisfazione di ospitare al pianoforte il talento di Chuck Leavell, storico tastierista ombra dei Rolling Stones. La passione per gli Stones in questi primi dischi è quasi palpabile, e toglie originalità ad un prodotto che invece rasenta quasi la perfezione. I Crowes sanno suonare, hanno un grande bagaglio di esperienze e linguaggi dalla tradizione del rock, e rileggono in chiave moderna il vetusto southern rock, dandogli d'ora in poi nuova vita.

Due anni dopo è già tempo del secondo episodio, The Southern Armony and musical companion e già dal titolo la formula è svelata. Il southern rock nella sua accezione più alta ed in più, a fare timidamente capolino, una vena folk che nei dischi successivi diverrà una delle caratteristiche del sestetto.
E' il 1992, ed i Crowes si propongono nella line-up che diverrà emblema della band: oltre ai fratelli Robinson, Marc Ford alla chitarra solista, Steve Gorman alla batteria (l'unico insieme a Chris e Rich a non aver mai abbandonato la nave), Eddie Harsh al pianoforte ed organo e Johnny Colt al basso, imperdibile bassista impregnato di southern sino al midollo.
Il risultato è una bomba, ed il duetto che apre il disco è un intro killer: Sting me parte in crescendo ed esplode tra solismi di chitarre e cori soul, ma è soprattutto Remedy a rappresentare la perfetta canzone dei Crowes: anima rock pulsante, pianoforte in bella vista, chitarre sugli scudi, tutto è perfetto, tutto è rock anche se condito con altri mille elementi della tradizione americana. Il ritornello assomiglia sempre di più ad un boogie soul. Benvenuti nel parco giochi dei ragazzi di Atlanta.
Southern armony... conduce la band in cima al mondo, in tour estenuanti dai quali si evince che i georgiani dal vivo sono ancora più devastanti che sul disco. Impossibile resistere al groove delle esibizioni live, guidate da un cantante ispirato e da una atmosfera sempre più da figli dei fiori.
 Il tour che ne segue, come tutti quelli delle band che trovano all'esordio un enorme consenso, è interminabile e sprofonda qualche elemento nel "famoso" tunnel dell'abuso di droga. In particolare il talentuoso Marc Ford sembra da subito non reggere i ritmi, diventando una variabile impazzita in seno al gruppo; comportamento che, di fatto e dopo qualche anno, lo porterà ad uscire dai Crowes.

In soli due anni, quelli che separano The Southern armony and musical companion dal suo successore Amorica i Black Crowes, nonostante il turbinio di eventi ed i milioni di copie vendute, riescono finalmente a focalizzare le proprie caratteristiche, e soprattutto a togliersi di dosso qualche influenza sin troppo ostentata. Insomma, se i primi due dischi sono stupendi, quando entrano in studio per Amorica i Crowes sono una band che inizia a cantare e suonare con il proprio linguaggio, una summa indistinta di sonorità americane che ha relegato in un angolo tutti i riferimenti al rock inglese.
Per chi scrive, la storia dei veri Black Crowes inizia da Amorica e non si caratterizza più per hit da classifica o vendite milionarie, bensì per canzoni che sono pietre miliari, piene di riferimenti e con un sound sorprendentemente perfetto. Gone, che apre il disco, poggia su delle percussioni da festa messicana, con un funk riff killer ed un Mark Ford (droghe o no) che volta alto. A Conspiracy ha un ritmo alla Doctor John, puro New Orleans Style, mentre High Head Blues e P.25 London sono blues allo stato puro.   Wiser Time diverrà in breve un grande classico dal vivo, con suite che spesso superano i 15 minuti ed un atteggiamento da jam band. Le chitarre acustiche prendono sempre più spazio, i testi, pur sempre da flower power, ora hanno una profondità maggiore e Descending è il lento emozionante che i Robinson brothers cercavano di scrivere sin dal primo disco.

A pensarci adesso, a giochi conclusi, i Black Crowes dopo Amorica hanno cercato con tutte le loro forze di staccarsi da un disco così stupendo. Con gli anni, fatta eccezione per Wiser Time, hanno dimenticato di proporre dal vivo i suoi pezzi. La verità però sta nella consapevole impossibilità di ritornare a quei livelli, non fosse altro per i suoni perfetti registrati da Jack Joseph Puig, che grazie a quel lavoro metterà il suo nome accanto ad artisti del calibro di John Hiatt e Rolling Stones (A bigger bang). E pensare che il disco era nato sotto la censura per una copertina che, vista oggi a 20 anni di distanza, ha fatto anch'essa storia.

Altro tour incessante, con conseguenze devastanti per il rapporto della band con Ford, che infatti in Three Snakes and one charm risulta praticamente assente. Nonostante questo, quando scarto il cd e lo inserisco nel lettore, provocandomi il primo contatto con la band di Atlanta, vengo travolto da un'onda sonora imponente: è Under a mountain, primo brano del disco, organo Hammond e chitarra slide in primo piano: una estremizzazione di Amorica. Per tutto il disco i Crowes suonano volutamente vintage, roots.  I suoni sono sporchi, fa capolino la Dirty Dozen Brass Band e sembra aver suonato da sempre insieme ai BC. Non c'è più un singolo da airplay radiofonico, ed anzi i Crowes sembrano lasciare qualsiasi velleità da classifica, realizzando un disco che potrebbe tranquillamente far parte del Great American Songbook. Unica pecca, l'assenza di Ford, citato ancora membro del gruppo, ma ininfluente in tutte le canzoni. E' l'inizio di una nuova era, quella in cui Rich Robinson si carica l'onere di tutte le parti di chitarra, dimostrandosi ancora di più un talento indiscusso.
Il suo carisma uscirà fuori soprattutto in By your side, disco successivo datato 1999 e ritorno, studiato a tavolino, alle atmosfere dei primi due dischi. Chiariamo: quando i Crowes si mettono a pistare nel rock and roll non c'è confronto con nessuno, ma se gli esordi erano straight rock 'n' roll senza quasi compromessi, adesso i capolavori degli ultimi due lavori in studio sono un bagaglio troppo prezioso per la band, che dunque sforna un album a metà strada. Se è vero dunque che qualche canzone non è focalizzata secondo gli alti livelli cui ci hanno abituato, almeno due pezzi sono gioielli preziosi che altre band, anche di caratura internazionale ancora più elevata, non potranno mai avere in repertorio: la title-track By your side e soprattuto Only a fool, sintesi perfetta dell'incrocio tra il rock senza compromessi ed il blues/soul.
La mancanza di un solista non si sente, perchè il fratello-sei-corde Rich registre entrambe le parti e se non si avventura in assoli fumanti è perchè lavora di cesello, regalando comunque emozioni forti. Cosa chiedere di più alla band di Atlanta?

Eppure se anche avessero voluto concludere la carriera con questi cinque grandi lavori in studio, sarebbero mancate ancora gemme imperdibili. Il successivo Lions (2001) è in verità deludente, perchè nulla aggiunge alle caratteristiche della band ma le composizioni sono poco ispirate. Entra per una breve parentesi alla chitarra Audley Freed, ottimo chitarrista ma capitato in un momento di stanca della band. Lascerà subito la band, ma continuerà a ruotare nell'orbita dei fratelli Robinson, entrando a far parte dei New Earth Mud, prima band di supporto alla carriera solista di Chris Robinson ed attualmente prestando a tempo pieno il proprio talento per Sheryl Crow. Insomma, tanta roba.
Ci sarebbe, precedentemente a Lions, una parentesi famosa con Live at the Greek ad accompagnare Jimmy Page in un tour tributo ai Led Zeppelin. Probabilmente è un disco che dimostra ancora di più le grandi doti musicali della band, ma essendo un percorso distante dalle reali caratteristiche dei Crowes, non mi sembra una tappa fondamentale nella discografia dei Georgiani.

Quello che invece accade dopo Lions è un lungo stop. Probabilmente inevitabile, perchè sia il disco che il tour con Page avevano disorientato gli stessi Black Crowes, sfiniti da anni di concerti e da una serie di dischi a breve distanza, addirittura 6 e 2 live ufficiali in undici anni.
In questo periodo di allontamento è soprattutto il singer Chris Robinson a dare alle stampe un disco convincente, New Earth Mud, che di certo risente di atmosfere crowesiane, ma cerca e trova il suo  lato più intimista. E' un disco che convince, ed ospita il redivivo Marc Ford oltre al solito Eddie Harsh alle tastiere. Insomma, la quota Black Crowes è sempre in prima linea.
Ciò a dimostrare che la storia dei Crowes non sarebbe potuta terminare nel 2001. La riappacificazione tra fratelli avviene già nel 2005, con qualche show acustico e, soprattutto, con l'entrata nella line-up del grande Luther Dickinson alla sei corde. Nativo Memphis, Tennesse, Dickinson è probabilmente uno dei chitarristi più convicenti della sua generazione. Dopo essere esploso con i North Mississippi All Star, blues/rock torrido, nel 2005 presta il suo talento anche a John Hiatt a cavallo tra 2005 e 2006 e quando i Crowes rendono ufficiale la sua entrata in line-up l'attesa per il termine delle registrazioni si fa spasmodica.

Corre l'anno 2008, ed è il momento dopo 8 anni di mancanza di materiale inedito della pubblicazione di Warpaint che è, finalmente, il degno erede di Three Snakes and One Charm. L'ispirazione delle composizioni, la compattezza del suono e la profondità del disco rendono Warpaint una gemma di rara bellezza. Dickinson cambia i Crowes rendendoli ancora più blues ed al risultato finale contribuiscono le session di registrazione agli Studios di Catskills Mountain, sperduti tra le montagne degli Allegheni nel freddo e verde nord dello stato di New York. A proposito della location, i fratelli Robinson avranno a dire che la band era concentrata solo sul suonare, in un clima di relax e calma fuori dal tempo. Il disco risente di questa atmosfera, ma ancora di più della mancanza di obiettivi e scadenze. Così nascono diamanti come Goodbye daughters of the revolution e soprattutto Wounded bird, tripudio di elettricità e chitarra slide che rappresenta il culmine del disco. E poi tanto blues a volte sottotraccia (Evergreen), altre volte sfacciatamente dichiarato (Movin' on down the line). Paul Stacey si siede dietro la consolle, e dopo aver rimpiazzato Marc Ford sul palco nel momento dopo la sua uscita dalla band ed essere sempre stato nel giro dei Crowes, fa un gran lavoro nei suoi e soprattutto asciuga la band dalla prolissità del disco predecessore. Non pienamente capolavoro, soprattutto per colpa del seguente Before the frost...

In questo blog ho già parlato ampiamente di questo disco ( http://bluespaper.blogspot.it/2013/10/capolavori-before-frost-black-crowes.html ) . Visto lo scioglimento dei Crowes rimane l'ultima opera dei sei di Atlanta, la più talentuosa, la più focalizzata. Quello che di solito le band partoriscono all'esordio, questo i BC lo danno alla luce in fondo alla loro carriera.

Eh si, perchè i Crowes ufficialmente si sono sciolti a Gennaio di questo anno, con un comunicato laconico di Rich Robinson che lasciava trapelare questioni economiche alla base dei litigi interni. Peccato, anche se il termine del viaggio era chiaro da tempo, dalla fuoriuscita del gruppo di Dickinson subito dopo l'avvio del tour di Before the frost. 

Mi mancheranno immensamente.
I Black Crowes si sono sciolti. Lunga vita ai Black Crowes.

 









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