Lightning Bolt. Pearl Jam

Lightning Bolt. E con questo siamo a dieci. Dieci album per una band, i Pearl Jam, che ha sconvolto il mondo con un debutto chiamato Ten; anche non volendo essere cabalistici, questo disco dovrebbe avere un significato particolare.
Ed in effetti queste dodici canzoni uscite in contemporanea per tutto il globo Martedì 15 Ottobre qualche distinzione rispetto alla storia del quintetto di Seattle ce l'hanno. Mai erano passati quattro anni per dare seguito ad un disco (2009, Backspacer). E mai i Pearl Jam avevano inserito in un album una titletrack.
Aneddoti da fan, probabilmente.

Però, cosa era successo prima di questo Lightning Bolt?

Il disco che lo ha preceduto, Backspacer appunto, ci aveva lasciato una band in bilico tra il presente giganteggiante di Vedder, inteso come fortuna di vendite e seguito di pubblico a seguito della colonna sonora del capolavoro cinematografico "Into the Wild", e la necessità di bilanciare il futuro ridando spazio agli altri membri della band. Alcuni episodi non erano a fuoco, forse troppo approssimativi per l'aura di profondità dei cinque di Seattle, però un paio di zampate c'erano (Got some e Amongst the waves). Per la prima volta faceva inoltre capolino il Vedder solista, che prendeva la scena con ben due brani praticamente in solitario. Eredità di una carriera in nuce fatta di chitarra acustica, voce ed ukulele.

Il battage promozionale per l'uscita di Lightning Bolt è stato forte, incluso un tour estivo americano nel quale sono state testate le nuove canzoni. E già qualche fan aveva storto la bocca, in attesa di sentirne però le versioni in studio.
Ora, puntuali come solo i fan sanno essere, alle ore 18e45 di un piovoso martedì sera entro in possesso della mia copia di Lightning Bolt ed distanza di alcuni ascolti approfonditi posso dire che l'album in questione supera di poco la sufficienza.

Partiamo dal superfluo, la copertina ed il booklet. I Pearl Jam si ostinano a portare avanti un artwork infantile, fatto di doppi sensi colorati quasi usciti dal mondo del Mago di Oz. L'unica foto della band, proprio al centro del libretto con i testi, si addice molto di più ai Green Day, con una vena pseudo punk che quasi fa ridere se si notano i capelli bianchi di Mike McCready ed il volto inespressivo (perchè?) di Stone Gossard.
La cover di un disco ed il suo booklet non sono mai stati un dettaglio nel rock, ed il buongiorno evidentemente si vede dal mattino.

In verità l'altro buongiorno, inteso come il singolo Mind your manners, è probabilmente la più grande oscenità messa su disco da parte dei Pearl Jam. Se volevano proporre un pezzo punk, sembra la fotocopia sbiadita di Spin the black circle, solo molto più brutta, prevedibile e senza senso. E peggiora ancora di più con gli ascolti. Niente da fare.

Le note negative continuano con l'iniziale Getaway, il solito trappolone apridisco, esattamente come nei precedenti Binaural, Pearl Jam e Backspacer. Solo che nel disco omonimo del 2006 si trattava di un capolavoro (Life Wasted), qui invece è un rockettino che non porta a niente e che da l'idea che si sta raschiando il barile.

Sempre tra le note negative, la title track. Qui l'errore è più concettuale piuttosto che di ispirazione. Chiamando il disco con il nome di questa canzone, e per la prima volta in 22 anni di stupenda carriera, hanno messo in subbuglio i fan che credevano di trovarsi di fronte un brano epocale. Niente di tutto ciò. La somiglianza con Unthougt Known all'inizio è imbarazzante, ma soprattutto non c'è pathos e sembra anche in questo caso un esercizio di stile.

Stone Gossard è il vero assente del disco. A parte condividere con Ament la bella Infallible (anche in questo caso però tanti i fantasmi di un altro capolavoro, Tremor Christ) il suo zampino sulla scrittura ed addirittura nella chitarra non c'è. Per la prima volta nella storia dei Pearl Jam è McCready a fare da base sonora, ad uscire dal disco come il protagonista principale. Laddove sarebbe stato plausibile un suo ruggito, come in Swallowed Whole, Gossard è addirittura assente, lasciando il palcoscenico all'acustica di Vedder ed all'assolo, questa volta l'apice del disco, al buon Mike.

I lati positivi, in realtà, potrebbero essere anche solo in Sirens, ma questo basta ed avanza per salvare un lavoro mediocre. Figlia della penna musicale di McCready, Sirens è uno dei capolavori dei Pearl Jam, e probabilmente diventerà una pietra miliare della loro storia. In bilico tra pathos ed inno alla U2, il pezzo  nasce e muore senza mai una caduta di tono. Sono i Pearl Jam veri, quelli che sanno tirare fuori il capolavoro sin dai primi secondi. Soprattutto, non assomiglia a niente altro di precedente: canzone stupenda che sembra nascere nel deserto compositivo di Lightning  Bolt. 

Altre due note positive nel finale. Yellow Moon è un bel compromesso acustico, reso ancora più bello dal suono ovattato trovato dal produttore storico Brendan O'Brien. A tratti, e senza la cupezza storica, potrebbe essere una ghost track dell'immenso Jar of Flies degli Alice in Chains.
E poi Future Days, un altro solismo di Vedder, bello certo, ma anche prevedibile: ormai ogni disco dei Pearl Jam si chiude con una ballad intimista, col gruppo assente, con gli archi da sottofondo e con un bel testo da lasciare ai posteri.

Non c'è gloria alcuna in Lightning Bolt, perchè i Pearl Jam stanno probabilmente sbagliando la strada. Non si addice a loro l'icona di classic rock band che sembrano aver scelto. La via giusta era in No Code e Riot Act, due album senza schemi ma con tante idee, a volte anche non messe a fuoco, ma che poi diventavano luce piena grazie al talento dei cinque di Seattle.


Commenti

  1. Ascoltato in questi giorni, domani pubblicherò la mia recensione che, salvo qualche differenza, soprattutto sulla disamina di certi pezzi, è più o meno in linea con la tua, almeno sul giudizio finale.

    RispondiElimina
  2. Aspetto con curiosità! Importante: stiamo definendo il 2014 con gli Americana, avremmo disponibili tutto novembre e dicembre: fissiamo una data da voi?

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari