Se gli Spin Doctors (finalmente) fanno un disco blues



C'è stato un momento in cui gli Spin Doctors avevano il mondo ai loro piedi. Per i più nostalgici e paurosi di invecchiare, la notizia che quel tempo è datato 20 anni fa non farà bene, ma le lancette corrono così veloci da far dimenticare che Two Princes, esplosa in Europa nell'estate del 1992, usciva da tutti gli altoparlanti e le radio del Vecchio Continente, dopo aver ovviamente monopolizzato gli Stati Uniti.

Loro, quattro ragazzi per bene dell'enorme New York, avevano dato alle stampe un disco epocale in quanto a vendite e ad importanza nel mainstream rock americano: Pocket Full of Kryptonite. 
Nel posto giusto al momento giusto? Si, è inevitabile quando l'esordio è bagnato da una vendita clamorosa di dischi, ma gli Spin Doctors in quell'esordio non erano di certo una band da un singolo e via. In quell'album trovarono la via delle charts anche Little Miss Can't be wrong e Jimmy Olsen's Blues, scanzonate ed orecchiabili, ma tremendamente rock.
Gli esperti di musica disseminati nel globo hanno sempre raccontato che la rinascita del rock americano tradizionale sia partita da questo disco e da August and everything after dei Counting Crows, ma alla lunga il paragone tra le due band non ha mai retto, perchè gli Spin Doctors non hanno saputo dare al loro folgorante esordio un seguito abbastanza credibile. E la motivazione, vista a 20 anni di distanza, è semplicissima: hanno nascosto per troppo tempo il loro amore per il blues.

I dischi che hanno seguito Pocket.... sono stati dei flop commerciali, con la band alla ricerca costante di una Two Princes 2.0 senza in realtà mai riuscirci. In realtà di bravura nel quartetto di New York ce n'è sempre stata a dismisura, poichè alla voce nasale e perfettamente riconoscibile di Chris Barron ha fatto da contraltare una sezione ritmica a livello delle funk band più acclamate ed un chitarrista, Eric Schenkman, i cui assoli rimangono impresa ardua per tanti chitarristi sparsi nel globo.

Nel loro terzo disco, You've got to believe in something, c'era già stata una virata verso un sound più bluesy, ed infatti risultava essere la loro prova più convincente dopo l'esordio. Solo che era il tempo del grunge, e le radio non si ricordarono più di loro.
Vennero poi i gravi problemi alle corde vocali di Barron a causare troppo stop forzati ed un disco, Nice talkin' to me (terzo titolo stupendo), che ancora una volta cercava l'hit, forse anche riuscendoci (vedi la title track).
Ma la sensazione che qualcosa non fosse a fuoco c'è sempre stata. Insomma, l'idea che gli Spin Doctors fossero un fuoristrada che si cimentava nel traffico delle downtown americane si è fatta anno dopo anno sempre più larga. E disco dopo disco l'impressione che il blues fosse troppo nascosto tra le righe si è fatta sempre più crescente.

Oggi, finalmente, hanno dato alle stampe la loro opera blues: If the river was whiskey e finalmente i conti tornano. Attenzione, qui non si parla di un disco ispirato dal Delta blues o con suoni vintage: questo è un disco di blues puro e di composizioni inedite, una scommessa pericolosa che Barron & C. vincono a mani basse, dimostrando di aver dato al loro fuoristrada le strade di montagna di cui aveva bisogno.
Il disco è talmente intriso di blues che sembra di essere di fronte ad una band inedita, cresciuta nelle pozze d'acqua del Mississippi e fatta entrare a forza in uno studio di registrazione. Niente a che vedere col pop di classifica, il cui unico riferimento alla modernità sono gli ZZ Top (guarda caso).

Venderanno qualche copia? Forse no, ma stavolta sarà un segno di successo. Finalmente.



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