Di locali, di rock, di blues, di aggregazione e di disaggregazione

La parabola di ogni musicista che si rispetti segue un andamento incontrovertibile per ogni persona che abbia coniugato la passione per la musica con la voglia di salire su un palco.
Passata la fase dell'apprendimento, declinabile o come esercitazioni in solitario, o come lezioni prese da un maestro (fate vobis) prima o poi si entra a far parte di una band e, anche in quel caso dopo un tot di prove, si va alla ricerca di un palco. Come? Dove? Quando? Ma soprattutto: perchè?

Partiamo da un presupposto: l'Italia non è Chicago o New York. L'offerta di locali per fare musica dal vivo nella nostra penisola è veramente scarsa, ed il concetto ormai noto a tutti venne descritto in maniera sublime dal grande cantante dei grandi Spin Doctors: "Erano le nostre prime serate nei locali e proponevamo un repertorio molto serioso, che andava ascoltato con attenzione. Durammo poco con quelle canzoni, perchè si sa, l'assioma del perfetto proprietario è: fai una canzone ballabile, la gente smuove le chiappe, la gente suda, la gente beve". 
Dunque, primo grande insegnamento: proporre canzoni conosciute e ballabili rende appetibile la propria musica. Scontato quanto si voglia, ma se si vuole analizzare il contesto del musicista "per diletto" è un ragionamento che deve essere fatto. Pertanto, da questa piccola analisi escludo chi propone musica molto ballabile. Queste band non hanno problemi a trovare serate, proprio per la legge che chiamerò degli Spin Doctors. 

Resta fuori però una enorme fetta di musicisti, che per non snaturarsi vogliono salire su un palco e suonare la propria musica senza scendere a compromessi. Inizio a suddividere il ragionamento in categorie, altrimenti si rischia di cadere nel generalismo o, ancor peggio, finire nel relativismo.

1) band di musicisti esperti. Quando penso ad un ensemble di questo tipo mi vengono in mente tanti gruppi di amici che hanno superato la trentina (come l'autore di questo post) e che continuano con grande dedizione a suonare ed a cercare date. Ora, la mia speranza è sempre stata quella che coloro che possiedono esperienza, strumentazione ed anche maestria dello strumento alzino l'asticella, cercando di suonare solo in luoghi che possano valorizzarli. Per mio disappunto non è così, ed ecco a mio avviso il primo problema: oggi anche nel locale più becero le band con maggiori possibilità (economiche o musicali che dir si voglia) vogliono andare a suonare. Per chi scrive è egocentrismo allo stato puro, ma andiamo avanti.

2) band di giovani emergenti. caso 1) i coveristi. E' questa una via mezzo che riesce a trovare qualche possibilità, ma che si scontra con il caso che abbiamo analizzato sopra: non reggono il confronto con altri gruppi più esperti. A parità di ingaggio non ci sono speranze. Da un punto di vista musicale potrebbe anche essere comprensibile, perchè nessun proprietario vuole dare al proprio cliente una versione indecente della (straconosciuta) Sweet child o'mine . Se ne deduce, ed è un mio pallino da sempre, che anche da giovani le cover band richiedono un forte lavoro in sala prove, altrimenti le delusioni sono cocenti.

3) band di giovani emergenti. caso 2) canzoni inedite. Visto che a destra e manca ho sempre sentito dire che negli Stati Uniti odiano le cover band e tutti propongono musica propria, sfato intanto questo mito perchè conosco personalmente gli Stati Uniti: non è vero. Semmai il livello di chi propone musica propria negli USA è molto più alto che da noi, perchè la gavetta è infinitamente più lunga. Mi è capitato, nel cuore della Pennsylvania, di ascoltare delle band di giovani ragazzini che proponevano brani molto interessanti, le quali nel soundcheck suonavano in maniera perfetta cover di Led Zeppelin o Aerosmith.
Tornando però alle nostre realtà, questi ragazzi hanno pochissime possibilità di trovare una serata in un locale.

Ad un certo punto, comprensibilmente, si arriva ad una discussione sul cosa fare. Con pochi locali e quasi sempre monopolizzati dagli stessi soggetti qualcuno deve pur mobilitarsi per cambiare la situazione.
Circa dieci anni fa scrissi un articolo su un giornale locale per chiamare a raccolta tutti i musicisti della mia città, quasi con l'intento di fare del lobbyng nei confronti dei locali del territorio. Le adesioni furono poche e non arrivammo a grandi deliberazioni, se non ad ideare un concerto all-together che però poco risolveva della questione. Se l'idea insomma era quella di creare un movimento di musicisti per tutelarci rispetto a delle problematiche, quegli stessi musicisti non ebbero la volontà di pronunciare dei "no" nel momento in cui i locali dettavano le loro leggi.
A distanza di anni penso di aver trovato una risposta al fallimento di quella proposta. La risposta è: il rock.
Per anni, ed ancora oggi, ho suonato rock, anche variando da un genere ad un altro e posso dire che è una musica chiusa. Si suona in un gruppo di persone (predefinito) che si scelgono uno stile, passando mesi a preparare un repertorio. Solitamente, la fuoriuscita anche di un solo componente della band ne causa lo scioglimento, quasi come un circolo ristretto nel quale i componenti (e solo loro) sono indispensabili.
Anche le jam session nel rock sono una forzatura: e' praticamente impossibile accordarsi su una canzone conosciuta da tutti. Sono elementi questi che denotano una forte componente esclusiva e, conseguentemente, anche un istinto di sopravvivenza che ogni band cova dentro di sè.
Quel tentativo di dialogo fallì anche perchè i veri  monopolizzatori di quella (piccola) scena locale non parteciparono. Non ne avevano motivo, anzi avrebbero dovuto rinunciare ad una posizione di forza, per quale vantaggio?

Questo modo di ragionare è dunque a mio avviso figlio di una mentalità, quella del rock, che vede in ogni caso un grande personalismo e soggettivismo nella musica, oltre che rigidità.
Da qualche anno ormai studio, suono e soprattutto mi sento una mentalità blues e questo ha contribuito ad un forte cambiamento nel vedere la musica. Intanto il concetto di gruppo ha subito una rivoluzione per me: sento anche il bisogno di un gruppo aperto, un ensemble di musicisti che variano, da terzetto a quartetto ad esempio, a seconda degli impegni e delle serate. Soprattutto sento un feeling musicale nei confronti di altri soggetti che hanno una formazione affine alla mia. Conoscere uno standard, nel jazz come nel blues, vuol dire avere accesso alle jam session, che a volte possono girare per oltre un'ora su un solo pezzo.

Paradossalmente, il grande disaggregatore rischia di essere la mentalità, dettata da un genere musicale che rende difficile la condivisione. Che sia il caso di rompere certi muri?


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