Blues oggi - parte I



Certo che il termine modernità può essere inadeguato, se coniugato con il blues. Chiedete a qualcuno di farvi qualche nome, chi salterà subito alla mente? B.B. King sicuramente. Ma anche Etta James, i Blues Brothers. Ottimo, perchè in realtà sono alcuni dei padri putativi di questa musica, diciamo anche i più noti.
Ma qual'è la contemporaneità del blues? Mi sono fatto questa domanda qualche tempo fa, quando l'esigenza di approfondire la musica del Delta e di Chicago mi ha portato ad approfondire nomi, aspetti ed anche a pormi qualche domanda sul futuro. Cosa c'è di più anacronistico del blues? E' pertanto in via di estinzione?

Diversamente da tanti altri aspetti della vita, a volte una componente di rigidità può garantire un futuro. Il blues, lo sappiamo, ha dei canoni semplici ma rigidi. Le sequenze di accordi (legate inevitabilmente a progressioni quali il I-IV-V o IV-V-I, ad esempio) poco si discostano da assiomi dettati da più di cento anni. Ma contrariamente da quanto si può pensare, differentemente dal rock che invece è in una crisi di idee e di identità, il blues ha una fortuna costante, con artisti di belle speranze che nascono con impressionante periodicità.

Mi sono fatto una breve lista di nomi di cui si è iniziato a parlare da qualche anno, e di cui chiaramente si parlerà negli anni a venire. Sono, inevitabilmente, dei chitarristi, non solo perchè io stesso (nel mio piccolo) sono un suonatore della sei corde, ma perchè da sempre la musica nata nel Mississippi ha i suoi protagonisti tra i talentuosi chitarristi.

Il nome che più di tutti promette una carriera sfolgorante è Joe Bonamassa. Egli è un predestinato. Su youtube si trova un filmato di una sua performance adolescenziale con Robben Ford, che lo guarda come si può guardare un piccolo alieno. E Bonamassa, poco più che bambino, infuoca la sua Stratocaster con assoli in pieno stile Stevie Ray Vaughan, rendendo l'immenso Robben Ford un comprimario. Per molti, a ragione, Joe non è una promessa, bensì il presente del blues, con 11 dischi già dati alle stampe (più di uno all'anno) ed una miriade di collaborazioni e di progetti  paralleli. Ha rivitalizzato il suo della chitarra rendendolo più hard, ai limiti dell'heavy, senza mai snaturare la sua componente blues, rendendolo così un moderno vintage che viaggia a velocità supersonica sulla tastiera della chitarra..e che voce dietro il microfono!

Un gradino sopra Bonamassa, confesso, ho sempre messo Kenny Wayne Sheperd. I primi tre dischi della sua carriera (e della sua omonima band) sono quanto di meglio l'eredità di Stevie Ray Vaughan ed Hendrix abbiano lasciato. Essendo lui del south (Lousiana, e che sud) la sua elettricità ha sempre un gusto sopraffino, nel solco della tradizione. Questo essere in bilico tra New Orleans e Jimi Hendrix, quasi a dire wha e quartiere francese, si è interrotto bruscamente nel 2004, quando ha tentato la carta di un rock patinato e facile, di fatto sfasciando tutto il seguito che era riuscito a crearsi. E Kenny, 36 anni in questo 2013, per ritrovare la strada maestra (e la credibilità) solo tre anni dopo ha documentato con un dvd un viaggio tra vecchi bluesman di colore nel Mississippi, firmato un'opera finalmente scevra del troppo hard blues cui da sempre rischia di cadere. Tornato in studio con la sua band, How I go del 2011 è un lento ritorno alle origini, ancora lontano però dal debutto e con troppi fantasmi da canzone da stadio nelle vene. Ma il suo gusto nella scelta delle note è inimitabile.

Si attendono notizie anche da Jonny Lang, lui si enfant prodige, addirittura da Fargo (North Dakota) dove oltre alla neve ed al grano d'estate non si sono mai avute notizie. Il primo disco lo mise a segno addirittura a 14 anni, mentre a 16 anni il suo blues moderno ed elettrico scalò le classifiche con lo stupendo Lie to me (title track paurosa), voce da bluesman 60enne perennemente sbornia di bourbon e chitarra calda come una pistola fumante. Anche lui, come Shepherd, ha poi tentato la carta pop rock, fallendo inevitabilmente. Col live del 2010 è tornato all'ovile, ma il disco della consacrazione lo deve ancora registrare.

A qualche miglio da Lang, nel pur freddo South Dakota, Indigenous (Mato Nanji) è un talento di rare proporzioni. Voce alla Hendrix, e chitarra anche, Mato è un nativo americano dal riff facile e mai scontato, con una bella passione per l'acustica ed ottimi accenni alla psichedelia. Un occhio ad Hendrix ed uno ai Cream insomma, ma soprattutto una serie serie di dischi (una media di uno ogni due anni) con una crescita sempre maggiore.

Di tutt'altra estrazione il blues di Tab Benoit, guarda caso un figlio di New Orleans. Tanto Albert Collins e Dr. John (of course) nelle vene, Benoit è la versione moderna delle registrazioni di Waters, Telecaster e Mississippi. Ad ascoltarlo, lui classe 1967, sembra di cadere in qualche filmato in bianco e nero. Invece è tutto, fantasticamente, vero.

Questa prima parte si chiude col talento maestoso ed emozionante, al limite della commozione, di Kelly Joe Phelps. Chitarra acustica, slide e voce, Kelly Joe Phelps è il vero erede di Mississippi John Hunt e di Charlie Patton. Una voce da folkmen ed una mano da bluesman, una scrittura da poeta ed una immagine da vagabondo, Phelps è il talento più grande della musica americana da almeno 40 anni a questa parte, perchè fonde una maestria unica con la sei corde acustica ad una voce inspiegabilmente piegata dal tempo, un cantato sublime che si unisce alla chitarra, come una cosa unica. Il suo esordio, Lead me on, è una rilettura personale di standard lontani nel tempo, che per diverso tempo ha ascoltato in auto scoprendo che facevano ammutolire il mondo fuori. 

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