I primi 50 anni dei Rolling Stones

Il più bello, secondo l’opinione collettiva, è Sticky Fingers. Io non ne sono così sicuro, in quanto affezionato a Some Girls. Ma di dischi stupendi, nella storia degli Stones, ce ne sono decine.
50 anni sono passati dalla nascita del quintetto più sfrontato del rock britannico e l’impressione è che la storia non si fermerà qui.

Il 10 Giugno del 2003 li vidi per la prima volta dal vivo. Per un fan come me, era la realizzazione di un sogno. Era il tour del quarantennale ed a vedere oggi quelle immagini sembrano così dannatamente giovani. Appena saliti sul palco, la partenza era da brivido: Brown Sugar e Start me up. Le stesse canzoni incluse nella raccolta Jump Back, una retrospettiva dei successi più famosi ritrovata nell’auto di un amico che consumai a forza di ascoltare nel fronte retro.
Chiariamo subito un concetto: gli Stones sono il simbolo del rock and roll. Si potrebbe vivere tranquillamente su un’isola deserta solo con la loro discografia e non sentire il bisogno di niente altro. Esiste qualcosa di più attuale di Jumpin’ Jack Flash? E la dolcezza di Angie?
Nel 1997 comprai con molto scetticismo Bridges to Babylon, traviato dalle recensioni che lo descrivevano come un pastiche di elettronica ed idee partorite male. E si è rivelato invece uno dei dischi cardine degli anni ’90. Il rap nell’inciso di Anybody seen my baby? è perfetto, senza di lui l’intero brano sarebbe senza mordente, quasi inutile. E poi il vuoto/pieno di Out of control , con il basso che scandisce la strofa in un giro semplicissimo eppure accattivante.

No, gli Stones in 50 anni non ne hanno sbagliata una. Anche Emotional Rescue , quasi introvabile oggi nella versione cd, ha un fascino tutto suo. Per disinnamorami di loro qualche giorno fa ho inserito nel lettore dello stereo Dirty Work, quello delle litigate estreme pre-separazione a metà degli anni ’80. Ebbene, vista a distanza di così tanto tempo, Sleep Tonight è drammaticamente bella, con la ruvida voce di Keith che regala, ad ogni disco, almeno una sua chicca.  
E’ negli album dimenticati la grandezza degli Stones, perché di loro non puoi buttare via niente. Di Undercover of the night non si trovano nemmeno commenti in giro, eppure è stato uno dei pochi esperimenti in cui il synth si è piegato perfettamente alle chitarre. Lo stesso Richards oggi ha la sfacciataggine di dire che quel disco era orrendo. Poi si scopre che è perché Ron Wood lo suona quasi per intero, lui era troppo occupato con le droghe. 
Nella rinascita di Voodoo lounge ci sono episodi memorabili, come la emozionante Thru & Thru (ancora una volta Richards alla voce) oppure l’indimenticabile Love is strong, che appena sedicenne mi fece sobbalzare dal divano, intreccio sublime tra i due chitarristi. Chi suona cosa? Non si sa, indecifrabile.

No, gli Stones non ne hanno mai sbagliata una. Ci hanno fatto credere di essere nemici dei Beatles quando il dualismo serviva a vendere più dischi. Si sono serviti di un falso beat disco con Miss You, solo per insegnarci  che la musica rock si può ballare, eccome se si può ballare. Hanno registrato un unplugged (Stripped)  che poi unplugged non è perché qua e là escono le chitarre elettriche, perché loro fanno come vogliono al di là di qualsiasi regola. E poi si sono fatti corteggiare da Martin Scorsese per poi cedere alla realizzazione del documentario Shine a Light.

Poi ci sono gli Stones che non ci sono più. Dalla morte controversa, avvolta da un mistero che nemmeno i gialli di Agatha Christie, di Brian Jones, all’uscita dal gruppo del taciturno Mick Taylor, sino al giorno in cui, senza alcun proclama, Bill Wyman ha sbattuto la porta della sala prove per dire “Non torno più, apro un ristorante”.

Sono strani, gli Stones. Keith Richards venne condannato al carcere in Canada per possesso di sostanze di stupefacenti, ma il giudice fu spinto agli arresti domiciliari dal racconto in aula di una cieca fan degli Stones che riceveva mensilmente un aiuto da Keith per sbarcare il lunario. Ron Wood ha acquistato un castello con un pub al suo interno. La sera esce dalla camera da letto in pantofole e si presenta al bancone, tra lo sbigottimento dei clienti. Nei suoi ultimi anni dentro la band, Wyman viaggiava tra le diverse città dei tour in auto, per la fobia degli aerei. Era per questo che tra una data e l’altra gli Stones avevano una settimana libera.

Buon compleanno ai Rolling Stones, dunque. Anche a quelli, come Mick Taylor, enorme promessa della chitarra, che dopo averli abbandonati cadrà nell’oblio e nella depressione. Il suono acerbo della sua chitarra in Exile on Main Street è una delle cose più belle mai incise nel rock’n’roll.
Se poi mi chiedete quali siano i due brani più belli, io non ho dubbi: Beat of Burden (su Some Girls) e Can’t you hear me knockin’ (da Sticky fingers).

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