John Scofield. Ancona, 10 Luglio 2011

John Scofield entra sale sul palco allestito all’interno della Corte della Mole alle ore 21 e 40. Camicia di lino gialla, pantaloni marroni. Non c’è più il codino che lo ritraeva in tantissime foto, anche promozionali. Sono passati esattamente 21 anni da Time on my hands, capolavoro di jazz contemporaneo registrato con il grande Jack Dejohnette dietro le pelli della batteria. Nel frattempo il chitarrista di Dayton, Ohio, si è invaghito del funky (A Go Go, 1997) e del gospel (Piety Street, 2009) ed ha duettato con Pat Metheny (I can see your house from here).
Insomma, quella figura che si staglia sul palco in una afosa e caldissima notte estiva anconetana è uno dei tre chitarristi più importanti della moderna storia del jazz e suoi derivati. Accanto a lui i fidi Bill Stewart alla batteria e Scott Colley al contrabbasso, ed in più il talento cristallino ( e spurotamente blues sino al midollo) del pianista Mulgrew Miller.

Scofield è un diesel. Inizia con un midtempo molto orecchiabile, il cui tema sarebbe quasi da considerare pop tanto è cantabile la melodia. Il secondo episodio è già Charlie Parker. Lo interpreta in maniera libera, Scofield style, con vertiginose impennate di velocità e stop repentini. E’ riconoscibile già alla primissima nota, come quando Miles Davis lo scelse per far parte della sua band.
Al terzo brano è tempo di eseguire due melodie dal nuovissimo lavoro in studio, A moment’s peace. In particolare, I want to talk about you è struggente. Lenta. Ogni nota è una sofferta passione. Il pubblico quasi si commuove nel lungo assolo, dove ogni singolo passaggio sembra essere una perla inestimabile. Siamo al confine tra blues e jazz, grazie soprattutto alla vena di Mulgrew Miller, che per intensità riesce in alcuni tratti a superare il maestro.

Non può mancare John Coltrane. Siamo al settimo pezzo e Scofield è scatenato. La tastiera va a fuoco. Il bebop riempie la mole. John sembra un alieno, detta tempi e pause, stop e riprese controtempo. Il quartetto è furioso nella sua interpretazione. Coltrane è rivisitato a grande velocità. Durante gli assoli dei suoi musicisti, Scofield si eclissa nell’ombra del palco,ma continua a dialogare con loro con lo sguardo.
Si chiude con un altro lentone dall’ultimo disco un’ora e mezza di pura commozione. Personalmente mi ha impressionato come solo Pat Metheny 9 anni fa all’Umbria Jazz. Scofield è imprevedibile nella sua metodicità, ma soprattutto ammaestra i suoni della sua Ibanez a proprio piacimento, nonostante la scarna strumentazione. Vox AC-30, un paio di overdrive e naturalmente la sua mano sinistra. Fondamentale.

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